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Piccole attività e villaggi industriali (1904)
Data di pubblicazione: 14.06.2007

Autore:

Un'organizzazione possibile egualitaria del territorio, dal notissimo Campi, fabbriche, officine, nell'epoca in cui "la tendenza delle fabbriche a migrare verso i villaggi ha trovato espressione nella Città Giardino"

Petr Aleeksevic Kropotkin,Fields, Factories and Workshops: or Industry Combined with Agriculture and Brain Work with Manual Work, Thomas Nelson & Sons, London, Edinburgh, Dublin and New York, 1912 [estratti e traduzione a cura di Fabrizio Bottini]


Conclusioni al Capitolo VI-VII: Piccole attività e villaggi industriali

I fatti che abbiamo brevemente esaminato dimostrano in qualche misura i vantaggi che si possono trarre dall’unire agricoltura e industria, sempre che quest’ultima sia inserita nel villaggio, e non abbia la forma attuale della fabbrica capitalista, ma quella di una produzione industriale socialmente organizzata, sostenuta da macchinari e conoscenze tecniche. A ben vedere, il carattere più rilevante delle piccole attività è che si riscontra un relativo benessere solo quando esse si uniscono all’agricoltura: nei casi in cui i lavoratori restano proprietari dei suoli e continuano a coltivarli. Anche fra i tessitori francesi o di Mosca, che devono mettere nel conto la concorrenza della fabbrica, prevale un relativo benessere finché non vengono obbligati a staccarsi dalla terra. Al contrario, appena le alte tasse o l’impoverimento dovuto a una crisi forza il lavoratore autonomo a consegnare il suo ultimo appezzamento di terra all’usuraio, nella casa inizia a strisciare la miseria. La fatica diventa insostenibile, si ricorre al superlavoro, e spesso l’intera attività decade.

Questi avvenimenti, oltre alla marcata tendenza delle fabbriche a migrare verso i villaggi, che appare sempre più evidente al giorno d’oggi, e ha trovato l’ultima espressione nel “movimento per la Città Giardino”, sono estremamente indicativi. Naturalmente, sarebbe un grosso errore pensare che l’industria debba tornare ad uno stadio di sviluppo di lavoro manuale per unirsi all’agricoltura. Ovunque possa ottenersi un risparmio di lavoro umano attraverso l’uso della macchina, la macchina è benvenuta e deve essere usata; e non esiste una sola branca di attività in cui non sia possibile introdurre il lavoro meccanico con grandi vantaggi, almeno in qualche fase della produzione. Nell’attuale stato caotico dell’industria, succede che si possano produrre a mano chiodi o coltellini da poco prezzo, o tessuti di cotone col telaio manuale; ma si tratta di un’anomalia che non durerà. La macchina si sostituirà al lavoro manuale nella produzione di beni grezzi. Ma al tempo stesso, molto probabilmente il lavoro manuale estenderà il proprio dominio alla finitura artistica di molti oggetti ora prodotti interamente all’intero della fabbrica; e resterà sempre un importante fattore nella crescita di migliaia di giovani e nuove attività.

Ma sorge la questione: perché cotone, lana, seta, oggi lavorati a mano nei villaggi, non potrebbero essere trattati a macchina negli stessi villaggi senza cessare di essere strettamente connessi al lavoro dei campi? Perché non potrebbero, le centinaia di attività produttive domestiche, ora svolte totalmente a mano, spostarsi verso le macchine che risparmiano lavoro, come già avviene per la maglieria e tante altre? Non c’è alcun motivo per cui piccoli propulsori non dovrebbero essere di uso più comune di quanto non sia oggi, ovunque non esiste la necessità di una fabbrica; e non c’è motivo per cui il villaggio non dovrebbe avere un suo piccolo impianto, ovunque sia preferibile questo tipo di lavoro, come già si vede in certi casi nei villaggi francesi.

C’è di più. Non esiste alcun motivo per cui la fabbrica, con la propria forza motrice e le macchine, non debba appartenere alla comunità, come già avviene nei laboratori citati sopra e nei piccoli impianti nella parte francese del Giura. Appare evidente come ora, nel sistema capitalista, la fabbrica rappresenti la maledizione del villaggio, col superlavoro per i bambini e gli abitanti maschi ridotti in povertà; ed è naturale che trovi opposizione in tutti i modi da parte dei lavoratori, se essi sono riusciti a mantenere la struttura produttiva originaria (come a Sheffield, o Solingen), o non sono stati ancora ridotti in miseria (come nel Giura). Ma con un’organizzazione sociale più razionale, la fabbrica non troverebbe questo tipo di ostacoli: sarebbe una manna per il villaggio. Ed esistono già segnali evidenti che mostrano un orientamento di questo tipo in alcune comunità.

I vantaggi fisici e morali che deriverebbero dall’articolazione del lavoro fra campi e laboratori appaiono evidenti. Ma la difficoltà, ci dicono, sta nella necessaria centralizzazione dell’industria moderna. Nell’industria, così come nella politica, la centralizzazione conta molti ammiratori! Ma in entrambe le sfere l’ideale dei centralizzatori ha parecchio bisogno di essere riesaminato. In realtà, se analizziamo l’industria moderna, scopriamo rapidamente come in alcuni casi è davvero necessario che centinaia, o anche migliaia, di lavoratori operino nel medesimo luogo. Attività estrattive e grandi costruzioni meccaniche appartengono decisamente a questa categoria; i transatlantici a vapore non si possono realizzare nelle fabbriche di villaggio. Ma moltissime delle nostre grandi fabbriche non sono altro che agglomerazioni di varie attività, sottoposte ad una gestione unica; altre sono agglomerazioni di centinaia di copie identiche del medesimo meccanismo; sono così gran parte dei nostri impianti di filatura e tessitura.

Essendo la manifattura una attività rigorosamente privata, chi la possiede trova vantaggioso avere tutte le branche di un dato settore sotto il proprio controllo; si accumulano così i successivi profitti delle trasformazioni dalla materia prima. E quando si trovano concentrate molte migliaia di telai meccanici in una sola fabbrica, il proprietario ha il vantaggio di poter controllare il mercato. Però da un punto di vista tecnico i vantaggi di tutta questa concentrazione sono minimi, se non dubbi. Anche un’industria centralizzata come quella del cotone non soffre affatto dalla suddivisione produttiva di una data linea fra i vari stadi in fabbriche diverse: lo possiamo vedere a Manchester e nei centri circostanti. E per quanto riguarda le piccole attività, non risulta alcun inconveniente da una suddivisione anche maggiore fra i laboratori del settore degli orologi, e i molti altri.

Sentiamo spesso parlare del costo elevato dei cavalli vapore nei motori di piccole dimensioni, che diminuisce di molto in apparecchiature di potenzia dieci volte superiore; che il filato di cotone costa molto meno al chilo quando la fabbrica raddoppia il numero dei fusi. Ma, secondo l’opinione delle migliori autorità nel campo dell’ingegneria, come il prof. W. Unwin, la distribuzione della forza motrice idraulica, e specialmente elettrica, da una stazione centralizzata, esclude la prima parte di questa argomentazione. Per quanto riguarda la seconda parte, i calcoli di questo tipo valgono solo per le industrie che producono semilavorati destinati a trasformazioni successive. E per quanto riguarda l’innumerevole varietà dei beni che derivano il proprio valore principalmente dall’intervento di lavoro qualificato, essi possono essere prodotti meglio in piccole unità che impiegano poche centinaia, o anche poche decine, di addetti. Ecco perché la “concentrazione” di cui si parla tanto spesso non è altro che un amalgama di capitalisti con lo scopo di dominare il mercato, e non per rendere più economico un processo tecnico.

E anche nelle condizioni attuali le fabbriche-leviatano presentano gravi inconvenienti, dato che non possono modificare rapidamente il proprio funzionamento per adeguarsi alle costanti variazioni della domanda del consumatore. Quanti grandi e gravi fallimenti, troppo noti nel paese da dover essere ricordati, sono stati dovuti a queste cause durante la crisi del 1886-1890. Per quanto riguarda poi i settori produttivi di cui ho trattato all’inizio del capitolo precedente, essi partono sempre da attività su piccola scala, e possono prosperare sia nei piccoli centri che nelle grandi città, se nel caso delle agglomerazioni minori si interviene attraverso enti in grado di stimolare gusto artistico e spirito inventivo. Gli ultimi progressi nella fabbricazione di giocattoli, o l’alta perfezione raggiunta nella produzione di strumenti ottici e per il calcolo, nell’arredamento, nei piccoli articoli di lusso, nella terraglia e così via, sono esempio di questo tipo. Arte e scienza non sono più il monopolio delle grandi città, e si otterranno ulteriori progressi diffondendole nelle campagne.

La distribuzione geografica dell’industria in un dato paese dipende in gran parte, naturalmente, da un complesso di condizioni naturali; è ovvio come esistano luoghi più adatti allo sviluppo di determinate attività. Le sponde del Clyde e del Tyne sono certamente adatte ai cantieri navali, e la cantieristica deve essere circondata da una serie di fabbriche e laboratori. Le industrie troveranno sempre qualche vantaggio da qualche tipo di agglomerazione, secondo i caratteri naturali delle varie regioni. Dobbiamo però riconoscere che esse non sono affatto raggruppate per questi soli motivi. Ci sono anche cause storiche – principalmente guerre religiose e rivalità nazionali – che ne hanno influenzato crescita e distribuzione attuale; e ancor più gli imprenditori sono stati guidati da considerazioni a proposito dei canali di vendita ed esportazione: ovvero da considerazioni che stanno perdendo di importanza con lo sviluppo delle strutture di trasporto, e ne perdono ancora di più quando si produce per sé stessi, e non per una lontana clientela.

Perché mai, in una società organizzata razionalmente, Londra dovrebbe rimanere un grande centro del settore confetture e conserve, o produrre ombrelli per quasi tutto il Regno Unito? Perché mai le innumerevoli piccole attività di Whitechapel dovrebbero rimanere dove sono, anziché diffondersi nella campagna? Non c’è alcun motivo per cui le mantelle indossate dalle signore inglesi debbano essere cucite a Berlino e a Whitechapel, invece che in Devonshire o Derbyshire. Perché Parigi deve raffinare lo zucchero di quasi tutta la Francia? Perché la metà delle scarpe e stivali usati negli Stati Uniti deve essere prodotta in 1.500 laboratori del Massachusetts? Non c’è assolutamente nessuna ragione perché continuino queste, e altre anomalie. Le industrie si devono diffondere in tutto il mondo; e la diffusione delle industrie fra le varie nazioni civili del mondo deve essere seguita da una diffusione delle fabbriche nel territorio di ciascuna nazione.

Nel corso di questa evoluzione, i prodotti naturali di ciascuna regione e le sue condizioni geografiche, saranno certamente uno dei fattori determinanti il carattere delle industrie che vi si sviluppano. Ma quando vediamo che la Svizzera diventa un grande esportatore di motori a vapore, treni e navi, nonostante non possieda né ferro o carbone per produrre acciaio, né porti di mare; quando vediamo che il Belgio è riuscito a diventare un grande esportatore di uva, o che Manchester è riuscita a inventarsi porto di mare, capiamo come nella distribuzione geografica delle attività, i due fattori del prodotto locale e della posizione vantaggiosa sul mare non sono più dominanti. Cominciamo a capire che, tutto considerato, è il fattore intellettuale – spirito inventivo, capacità di adattamento, libertà politica, ecc. – quello che conta più di ogni altra cosa.

Del fatto che tutte le attività traggano vantaggio dallo svolgersi in stretto contatto con una grande varietà di altre, il lettore ha già verificato numerosi esempi. Qualunque industria necessita di un ambiente tecnico. Ma la medesima cosa vale anche per l’agricoltura.
L’agricoltura non può svilupparsi senza l’aiuto della macchina, e l’uso di una perfetta meccanizzazione non può diventare generalizzato se non in un ambiente industriale: senza laboratori meccanici facilmente accessibili al coltivatore dei campi, non è possibile l’uso dei macchinari agricoli. Non basta il fabbro del villaggio. Se il lavoro di una trebbiatrice deve bloccarsi per una settimana o più, perché uno degli ingranaggi della ruota si è rotto, se per avere una nuova ruota bisogna mandare un inviato speciale in un’altra provincia, non è possibile utilizzare una trebbiatrice meccanica. Ma si tratta esattamente di quello che ho visto durante l’infanzia nella Russia centrale, e più di recente ho scoperto, con gli stessi particolari, riferito in una autobiografia inglese della prima metà del XIX secolo. E d’altra parte, in tutta la fascia settentrionale dell’area temperata, I coltivatori dei campi devono trovare qualche genere di occupazione industriale nei lunghi mesi invernali. É questo che ha condotto al grande sviluppo delle industrie rurali, di cui abbiamo visto tanti interessanti esempi. Ma si tratta di un bisogno avvertito anche nel clima mite delle Isole del Canale, per non parlare della diffusione dell’orticoltura in serra. “ Abbiamo bisogno di queste attività. Potreste suggerircene qualcuna?" mi ha scritto uno dei miei corrispondenti da Guernsey.

Ma non è ancora tutto. L’agricoltura ha tanto bisogno di aiuto da chi abita nelle città, che ogni estate migliaia di uomini escono dagli slum delle proprie città e vanno a lavorare in campagna per la stagione del raccolto. Miriadi di bisognosi da Londra vanno verso il Kent o il Sussex a fare il bay-maker o a raccogliere luppolo, e si calcola che il solo Kent richieda 80.000 uomini e donne in più per questa raccolta; interi villaggi francesi e relative attività di laboratori domestici, vengono abbandonati d’estate, e i paesani si inoltrano verso le zone più fertili del paese; e ogni estate centinaia di migliaia di esseri umani vengono trasportati verso le praterie di Manitoba e Dacota [sic]. Ogni estate molte migliaia di polacchi si spargono per il periodo della mietitura nelle pianure di Mecklenburg, in Westfalia, e fino in Francia; in Russia tutti gli anni si verifica un esodo di molti milioni di uomini che si spostano dal nord verso le praterie del sud per la raccolta delle messi; molti industriali di San Pietroburgo riducono la produzione d’estate, perché gli operai tornano ai villaggi nativi per la cura degli orti.

Non si può fare agricoltura senza manodopera aggiunta d’estate; ma esiste un bisogno anche maggiore di aiuti temporanei per il miglioramento dei suoli, per moltiplicare per dieci la produttività. Zappatura, drenaggio e concimazione meccanizzate renderebbero le argille pesanti a nord-ovest di Londra un suolo molto più fertile di quello delle praterie americane. Per diventare fertili, questi suoli necessitano solo di semplice lavoro umano non qualificato, come quello necessario a scavare, sistemare tubazioni di drenaggio, polverizzare le rocce fosforiche, e simili; una lavoro che sarebbe volentieri svolto da operai di fabbrica se adeguatamente e liberamente organizzati, a vantaggio dell’intera società. É un terreno che chiede questo tipo di lavoro, e potrebbe averlo a determinate condizioni, anche se fosse necessario fermare a questo scopo molti impianti durante l’estate. Senza dubbio gli attuali proprietari delle fabbriche considererebbero una rovina, dover bloccare i propri impianti per diversi mesi l’anno, perché il capitale deve pompar denaro ogni giorno, se possibile ogni ora. Ma si tratta dell’opinione del capitalista sul problema, non di quella della comunità.

Per quanto riguarda i lavoratori, che sarebbero i veri gestori di queste attività, essi troveranno salubre non svolgere sempre il medesimo monotono compito per tutto l’anno, e probabilmente troverebbero anche il modo di mantenere funzionante la fabbrica alternandosi a gruppi.
La diffusione delle attività nelle campagne – così da portare la fabbrica tra i campi, fare che l’agricoltura ottenga tutti i profitti possibili di quando è unita all’industria (come negli Stati orientali d’America) e produrre una combinazione di lavoro agricolo e industriale – è di certo la prossima tappa da percorrere, appena ciò sarà reso possibile da una riorganizzazione delle condizioni attuali. É una cosa che già si pratica, qui e là, come abbiamo visto nelle pagine precedenti. Si tratta di un passo imposto dalle stesse necessità della produzione per i produttori. Si impone, per la necessità che ciascun uomo o donna sani trascorrano parte della propria vita impegnati nei lavori manuali all’aria aperta; e sarà reso ancor più necessario quando i grandi movimenti sociali, ora inevitabili, inizieranno a interferire con gli attuali scambi internazionali, ad obbligare ciascuna nazione a tornare alle proprie risorse interne per il proprio sostentamento. L’umanità nel suo insieme, così come ciascun individuo, potrà solo guadagnare da questo cambiamento, ed esso avverrà.
Ma ciò comporta una profonda modificazione nel nostro attuale sistema educativo. Riguarda una società composta di uomini e donne, ciascuno dei quali sia in grado di lavorare con le proprie mani, e col proprio cervello, e di farlo in molti modi diversi.

Nota: anche se con accenti diversi, di carattere prevalentemente ambientalista anziché produttivo, credo che un approccio simile sia quello proposto da Benton MacKaye subito dopo la Prima Guerra mondiale nel suo Appalachian Trail, che ho proposto tradotto tempo fa su Eddyburg; di Fields, Factories, Workshops è disponibile anche una versione in italiano tradotta nel 1975 nei "Classici del pensiero Anarchico" dalle Edizioni Antistato di Milano (f.b.)

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