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LIBERIA: Orti urbani per la sicurezza alimentare
Data di pubblicazione: 19.01.2010

Come del resto avviene anche nei quartieri più poveri delle metropoli del mondo ricco, coltivare frutta e verdura contribuisce al portafoglio, oltre che alla salute. Irin, 19 gennaio 2010

Titolo originale: Urban gardens to boost food security – Scelto e tradotto da Fabrizio Bottini

MONROVIA – Ci si sta orientando agli orti urbani come modo per incrementare la sicurezza alimentare in Liberia, nella Montserrado County, dove oggi è solo l’1% degli abitanti a coltivare ciò che consuma, contro il 70% di prima della guerra.
Circa il 40% degli abitanti della Liberia vive nella capitale, Monrovia – nella circoscrizione di Montserrado appunto – dopo anni in cui si è fatto di tutto per contrastare lo spostamento delle comunità rurali verso la città. Molti immigrati non possiedono nulla e sono stipati nello slum.
Oltre la metà degli abitanti di Monrovia secondo la Banca Mondiale vive con meno di un dollaro al giorno.
La Food and Agriculture Organization (FAO) ora si sta rivolgendo a 5.000 abitanti di area urbana delle circoscrizioni di Montserrado, Bomi, Grand Bassa, Bong e Margibi, per sostenerli nell’attivazione di orti a scopo commerciale, o aumentare la produzione di frutta e verdura nelle aziende già attive. Per farlo occorrono attrezzi e la possibilità di sfruttare una superficie di terreno.

L’obiettivo è di migliorare la sicurezza alimentare e la qualità dell’alimentazione, aumentando al tempo stesso il reddito, spiega il coordinatore del progetto Albert Kpassawah.
I partecipanti raccontano a IRIN di coltivare peperoni, cavoli, calla, pomodori, cipolle, fagioli e arachidi.
Gli esperti di sanità e alimentazione della Liberia dicono che un incremento nel consumo di frutta , verdure e proteine è essenziale per una dieta in grado di ridurre una malnutrizione cronica, che al momento interessa il 45% dei bambini al di sotto dei cinque anni a livello nazionale.

Joseph Rogers coltiva un orto commerciale su duemila metri quadrati a Johnsonville alla periferia di Monrovia, che vuole ampliare. “Coltivo cavoli ... lo facevo [coltivare verdure] prima della guerra, poi [l’orto] è finito con la crisi. E ha colpito la mia famiglia”.
Senza orto la famiglia faceva fatica a mangiare, ricorda. Adesso raccoglie a sufficienza anche per vendere parte dei prodotti.
“Qualcuno compra anche quantità enormi. Coi soldi che guadagno pago le rette scolastiche”.
Paul Tah, padre di sei figli, non aveva mai coltivato nulla prima di essere coinvolto nel progetto della FAO. “Me ne sono interessato perché in questo paese non c’è lavoro” racconta a IRIN. Adesso guadagna 200 dollari ogni stagione vendendo peperoni.
“La mia famiglia ha un’ottima salute. É il modo in cui ora mi guadagno da vivere. Non devo dipendere da un posto di lavoro governativo per sopravvivere”.

Limiti
La FAO sostiene le iniziative essenzialmente con sementi e formazione nelle tecniche ad esempio di accantonamento delle acque piovane e compost. L’ente non fornisce fertilizzanti, insetticidi o attrezzi: il che per qualcuno è un problema. “Senza insetticidi non si possono far crescere cavoli. Non si può” dichiara a IRIN Anthony Nackers.
Larve, insetti e pessimi metodi di immagazzinaggio arrivano a distruggere sino al 60% del raccolto annuale in Liberia, secondo la FAO.
Poi molti fra residenti urbani più vulnerabili – coloro che non possono accedere ad alcun terreno – non riescono a partecipare, sottolinea il responsabile FAO Kpassawah.
Ma aggiunge che spera di ampliare il raggio benefico d’azione del progetto anche oltre chi partecipa in modo diretto, sostenendo chi a sua volta poi insegna ai parenti, vicini e amici.
Poi c’è la possibilità di estendere queste tecniche dalle aree urbane a quelle rurali, continua. Solo un terzo delle terre fertili della Liberia, 660.000 ettari, sono coltivate, secondo il Ministero dell’Agricoltura.

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Una serie di curiose indicazioni per l’escursionista urbano che vuole cimentarsi con metodi non ortodossi, ma non per questo poco interessanti o meno validi. Con fumetto allegato da The New York Times, 24 luglio 2010 -->
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