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Mall International (in English)
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Siamo tutti sulla stessa barca
Data di pubblicazione: 07.03.2010

Autore:

Rassegna a interpretazione un pochino riduttiva sul fenomeno del co-housing, proposto da The Sunday Times, 7 marzo 2010, come versione aggiornata delle comuni anni ’70 con un po’ più di ecologia.

Titolo originale: We’re all in this together – Scelto e tradotto da Fabrizio Bottini

Cosa condividete coi vicini? Una tazza di zucchero? La parete divisoria? Il fastidio per quei bidoni del riciclaggio che sembrano sempre pieni da traboccare?
In tantissimi quartieri di tutto il paese, la risposta è molto, ma molto, di più. Nascono nuove comuni, dagli immobili di proprietà pubblica convertiti in appartamenti e spazi condivisi, agli eco-villaggi in ex tenute rurali, tutti a offrire un modello di abitazione comune in chiave contemporanea.

“Questo abitare comune era un’idea hippie fino agli anni ‘80, ma poi si è molto rafforzato come modello per il futuro” spiega David Michael, che ha realizzato quattro “ comunità cohousing” in Gran Bretagna. Quella in cui abita, a Springhill, Gloucestershire, è partita nel 2003, la prima nel paese completamente nuova.
“L’abitare suburbano, con gli sprechi dell’individualismo in termini di servizi e reti, risulta sempre più insostenibile” continua. “Vogliamo una scatoletta per viverci dentro, oppure appartenere a una comunità? Con il cohousing, si sa che si conosceranno i vicini, si cucinerà insieme, si puliranno i pavimenti insieme ...”.

L’idea del cohousing nasce in Danimarca negli anni ‘60, ispirata alle comunità rurali israeliane dei kibbutz. Oggi, si stima che sia il 5% della popolazione danese ad abitare in questo modo, secondo un esempio che si è diffuso sia al di là dell’Atlantico che del Mare del Nord.
Magari il cohousing può funzionare bene in un certo tipo di suburbi americani con le loro torte di mele e le vendite in casa: ma con gli irascibili isolani britannici? E perché no? risponde Michael. “É solo un’immagine precostituita quella del britannico tanto rigido: baste vedere come tutti partecipano spontaneamente e immediatamente non appena si organizza qualche evento di strada”. Ha anche cercato di comprare Brookside Close — quel quartiere di Liverpool che fa da sfondo al telefilm trasmesso da Channel 4 — quando è stato offerto poco tempo fa, e poi non se ne è fatto niente per via dei collegamenti insufficienti.

Ma come funzionano queste comunità? Nella maggior parte dei casi sono alloggi in proprietà singola (nonostante sia in Danimarca che in America esistano proprietà indivise). In tutti i casi si offrono spazi comuni, che vanno dai soggiorni, alle stanze da gioco, lavanderia, biblioteca, palestra, stanza degli ospiti — e, cosa più importante, una ambiente condiviso in cui tutti si incontrano per varie attività e alcuni pasti (tre alla settimana nel caso di Springhill). E sempre più si tratta di progetti sostenibili e a orientamento ambientale.
Alan Heeks abita al Threshold Centre, progetto pilota di cohousing in Dorset che ha ottenuto l’autorizzazione ad ampliarsi di 14 alloggi, di cui sette ad affitti controllati e proprietà indivisa, organizzati attorno a un edificio comune con vari servizi e spazi per gli ospiti, sistema energetico rinnovabile, automobili e orto in comune.

“Si abita davvero in un quartiere dove ci si aiuta l’uno con l’altro e ci si tiene compagnia” racconta. “C’è una signora sola con una figlia che l’anno scorso si è ammalata gravemente, e abbiamo fatto i turni per accompagnare la figlia a scuola. Nelle sere d’estate la gente si incontra spontaneamente per qualche grigliata nel giardino comune”.
Ma ci vorrà tempo perché si inizi a ragionare in termini di comunità, anziché di famiglia. “Per adesso metaforicamente abbiamo solo iniziato un po’ a sbozzare. C’è bisogno di un po’ di flessibilità: ma mano la gente arriva, bisogna ripensarsi come gruppo, trattare, fare dei compromessi...”.

Ben rappresentate le generazioni più mature, fra i sostenitori del cohousing, come nel caso di Heeks, 61 anni, ma si tratta di un modello che attira anche i giovani, come Edward Munns-Faleyev, 24 anni, e sua moglie Radmila, 21, che sono entrati in Prospect, associazione che vuol realizzare un progetto attorno a un’azienda di permacoltura in Devon.
La coppia, insieme ai due bambini Martin, 2 anni, e Vesna, otto mesi, è una vera veterana del cohousing, ha abitato a Springhill mentre aumentavano i figli nelle quattro stanze dei genitori di Edward. “Springhill è fantastico per il riciclaggio dei materiali e l’energia solare” spiega Edward. “E Prospect sarà anche più innovativo: una proposta di abitazione a impatto zero”.

Sarah Berger, 66 anni, coordinatrice di UK Cohousing Network, associazione senza scopo di lucro, è sicura che sia arrivato il momento magico di questa idea. “Tutti parlano del cohousing oggi. Abbiamo un elenco aggiornato di coloro che cercano casa o associati, e c’è molto movimento, 30 progetti in corso di autorizzazione, da uno per anziani a una associazione che vuole realizzarne nell’area della Grande Londra.
“E perché no? Cohousing significa soluzione sostenibile, progressista, rivolta ai componenti isolati della società. Anche gli enti per la casa lo stanno capendo: mancano l’intervento pubblico e l’accesso al prestito”.

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Il sito di Edoardo Salzano
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Hill, Dave
( 29.07.2010 11:56 )
Graham-Rowe, Duncan; Simpson, Anna
( 29.07.2010 09:39 )
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( 28.07.2010 08:49 )
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Come ogni estate, proprietari criminali per andare in vacanza abbandonano i nanetti da giardino che hanno rallegrato coi loro colori il grigio dell’inverno. Salviamoli! Anzi no. -->
Runk, David
( 27.07.2010 10:51 )
Marrs, Colin
( 27.07.2010 10:11 )
Gooley, Tristan; MacDonald, Ross
( 24.07.2010 18:48 )
Una serie di curiose indicazioni per l’escursionista urbano che vuole cimentarsi con metodi non ortodossi, ma non per questo poco interessanti o meno validi. Con fumetto allegato da The New York Times, 24 luglio 2010 -->
Katz, Alyssa
( 24.07.2010 11:58 )
Serafini. Marta
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De Angelis, Serena
( 22.07.2010 09:39 )
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Kamin, Blair
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Declich, Andrea
( 21.07.2010 11:26 )
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McCarthy, Michael
( 19.07.2010 13:11 )

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