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Per l'agricoltura urbana
Data di pubblicazione: 08.03.2010

Autore:

Tutto quello che si potrebbe fare per una produzione alimentare più sana, sostenibile, aperta e istruttiva, e che si prova in parte davvero a fare. Nonostante tutto. The Times and Democrat, 8 marzo 2010

Titolo originale:Making the case for urban agriculture – Scelto e tradotto da Fabrizio Bottini

Nel suo discorso sullo Stato dell’Unione, il PresidenteBarack Obamaha elencato i problemi aperti e che richiedono une sua particolare attenzione: la salute, l’economia, nuovi posti di lavoro, le questioni ambientali e la scarsità di carburanti da fonti rinnovabili. E ha spiegato come aumentando le esportazioni agricole si potrebbe contribuire a risolverne qualcuno, di questi problemi.
Certo una agricoltura da esportazione potrebbe aiutare qualche corporation, ma è improbabile riesca a risolvere i problemi che ci toccano più direttamente come cittadini. Ci riuscirebbe però l’agricoltura urbana. Certo non è una panacea, ma può aiutare in molti dei temi espressi da presidente, in diversi modi e nodi critici.

Il nostro è un paese innegabilmente urbano. Secondo le recenti statistiche demografiche, l’81% della popolazione abita in città o suburbi. E con tanti pochi fra noi ad abitare fra campi e zone rurali, la nostra familiarità con la produzione di ciò che mangiamo è molto limitata. In quanto coltivatore biologico urbano, trovo stupefacente che siano così tanti i cuochi, ristoratori, operatori del settore e americani in generale che non hanno alcuna idea della provenienza del proprio cibo. Molti non sanno che aspetto abbia quando cresce dal terreno, per non parlare di variazioni stagionali nella produzione di frutta e verdura.
Le conseguenze di tale mancanza di cultura e partecipazione sulla produzione alimentare sono immense, e toccano tutti gli aspetti della vita.

Dopo l’epoca della grande siccità negli anni ’30 e la fine della seconda guerra mondiale, l’impegno pubblico e privato in America è stato indirizzato verso l’industrializzazione del’agricoltura. Ci si è concentrati molto sugli aspetti dell’efficienza e della quantità, anziché della qualità e della tutela delle risorse naturali. Si calcola che il settore pesi per il 20-25% del bilancio energetico annuale Usa, e sino al 40% di quell’energia se ne va nella produzione di fertilizzanti artificiali e pesticidi. Questi stimolanti a base chimica producono grandi quantità di alimenti, a spese di tutti i minerali e vitamine che generano qualità nutritive e sapori. La cosa appare evidente nei crescenti tassi di obesità, carenze vitaminiche e altre malattie legate all’alimentazione.

Purtroppo ma vittima principale dell’agricoltura industriale è la popolazione americana. Aumenta la quantità di prodotti chimici dentro a ciò che mangiamo, di additivi, di campagne pubblicitarie di massa, e sino a poco tempo fa ci venivano offerte pochissime alternative più sane.
Ma stiamo compiendo i primi passi per riconquistarci una sovranità alimentare. Cosa che si nota dalla rapida crescita del settore agricolo biologico, delle iniziative di agricoltura urbana, della diffusione ovunque dei farmers markets.
In tutto il paese, con l’agricoltura urbana si mettono a frutto spazi inedificati, campi abbandonati, serre, terrazzi, scuole, cortili di carceri, case di riposo e altri infiniti ambiti usati in modo innovativo. Spazi private, gestiti in cooperative, da associazioni di quartiere, in collaborazione con le università o con le amministrazioni statali e locali. Sono infinite le possibilità. L’America urbana inizia a svegliarsi sul fronte alimentare.

L’agricoltura urbana può svolgere un ruolo essenziale nell’invertire alcune tendenze dell’agricoltura industriale. Si migliora la salute degli abitanti metropolitani, si creano posti di lavoro “verdi”, si producono frutta e verdura in sede locale, si impara a prodursi da soli ciò che si mangia, si recupera un rapporto con la terra, si tutela l’ambiente riducendo la dipendenza da combustibili di origine fossile e si fissa anidride carbonica.
La provenienza del cibo per molti è un concetto astratto. Ma le cose stanno cambiando. Sempre più persone imparano a conoscere la catena che collega produzione e consumo. Si torna alla terra man mano si comprende quanto un orto faccia bene, e molto oltre ciò che si mangia. Ovvero vantaggi economici, ambientali, nello stile di vita, nell’esercizio fisico e nei rapporti sociali e familiari.

Obama parlava di aumentare le esportazioni agricole, ma anche spiegato che la first lady Michelle Obama avrebbe continuato a operare nel campo dei problemi dell’obesità infantile. Cosa curiosa, la medesima agricoltura industriale che il presidente sostiene, ha un rapporto diretto con l’obesità infantile. Sono proprio l’agricoltura industriale, e la mancanza di rapporti diretti e personali con la produzione di ciò che mangiamo, la causa dell’obesità e delle altre malattie.
É giunto il momento che noi americani ci riprendiamo la nostra tradizione agricola. E partecipare alle iniziative di agricoltura urbana è un importante passo in questa direzione.

Rashid Nuri è direttore del Truly LivingWellCenter for Natural Urban Agriculture

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Hill, Dave
( 29.07.2010 11:56 )
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( 29.07.2010 09:39 )
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Come ogni estate, proprietari criminali per andare in vacanza abbandonano i nanetti da giardino che hanno rallegrato coi loro colori il grigio dell’inverno. Salviamoli! Anzi no. -->
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( 24.07.2010 18:48 )
Una serie di curiose indicazioni per l’escursionista urbano che vuole cimentarsi con metodi non ortodossi, ma non per questo poco interessanti o meno validi. Con fumetto allegato da The New York Times, 24 luglio 2010 -->
Katz, Alyssa
( 24.07.2010 11:58 )
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McCarthy, Michael
( 19.07.2010 13:11 )

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