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La parola al cittadino! E se dice sciocchezze?
Data di pubblicazione: 08.04.2011

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È vero che la rappresentanza politica e amministrativa è ben lontana dall’essere perfetta. È vero che le decisioni tecniche sulle trasformazioni urbane spesso non sono equilibrate. Ma è proprio vero che i residenti hanno sempre ragione su tutto? Il dubbio è lecito

Non è sicuramente il caso di tirare in ballo tutte le volte il defunto Winston Churchill con la sua storia della democrazia imperfetta, ma che dobbiamo tenerci perché nessuno ha mai inventato un metodo migliore. Il metodo migliore in effetti esiste, ed è quello di usare il sistema democratico per cambiarlo, sperando che sia appunto per il meglio, da ogni punto di vista. E soprattutto non farsi prendere in giro da chi ha ereditato da Churchill solo l’aria pensosa di chi la racconta giusta.
Come ad esempio il bel trio rappresentato da David Cameron, Nick Clegg e Eric Pickles. I primi due hanno ideato e perfezionato l’idea britannica della Big Society, e il terzo l’ha tradotta in quella macchina di trasformazione e consenso delle comunità che si chiama il Localism Bill.

La cosa non vale solo per il caso britannico, basta pensare ad esempio al federalismo cripto-secessionista all’italiana, dove si decentra all’impazzata tutto quanto, cercando poi con procedure a dir poco contraddittorie (basta pensare agli enti locali carichi di responsabilità e senza risorse, o al ruolo neo-centralista delle Regioni ecc.). Ma dato che in Gran Bretagna la discussione sul tema è tutt’altro che elitaria, si tratta di un caso particolarmente interessante. Uno degli aspetti più dibattuti della nuova frontiera conservatrice, nei vari campi che via via tocca, si riassume nella domanda: si stanno decentrando oneri o anche onori? Ad esempio conferendo alle comunità locali la possibilità di decidere sulle trasformazioni territoriali, non le si lascia di fatto in balia di poteri forti, come quelli dei costruttori?

Se lo chiede legittimamente un giornalista esperto come Peter Hetherington del Guardian (è stato anche presidente di una commissione pubblica sul tema della casa), osservando come se il governo con una mano concede, con l’altra sembra togliere molto di più. I timori quando ancora si iniziava solo a parlare di devoluzione dei poteri urbanistici alle “comunità” erano di un trionfo dell’atteggiamento nimby, o comunque dell’egoismo locale, con ripercussioni sociali, ambientali, di squilibrio ecc. Oggi, osserva Hetherington, la situazione reale pare addirittura peggiore, perché si vogliono rimuovere tutti gli ostacoli alle trasformazioni del territorio, specie alle grandi trasformazioni e ai grandi interessi, rendendo più ampie le maglie delle decisioni, ovvero più elastiche le regole. Risultato? Meno potere decisionale per le comunità, e più discrezionalità per i costruttori. (qui l’articolo originale dal Guardian)

Ma le fasi di prima sperimentazione delle deleghe locali in materia urbanistica prosegue comunque con grandi aspettative da parte di cittadini e amministrazioni. Sono 17 i progetti pilota in tutto il paese in cui verranno costruite nuove regole di trasformazione e consenso. Come in una delle aree colpite dalle gravi inondazioni del 2009, Cockermouth, dove si dovrà presto deliberare quali tipi di progetti possano avere un via libera automatico, per quali tipi di funzioni e ordini di dimensioni, cosa e come sottoporre a eventuale referendum.
La cosa viene considerata giustamente molto delicata dai funzionari responsabili, perché i cittadini vengono ad assumersi direttamente responsabilità su modifiche dell’assetto urbano e ambientale che spesso vanno ben oltre non solo la percezione immediata, ma l’arco di vita di chi le autorizza.

In una serie di interviste realizzate dal quotidiano locale Times & Star appare molto bene da un lato l’ovvio interesse per l’innovazione, dall’altro il legittimo dubbio: capiranno, i cittadini, cosa stanno decidendo?

Ad esempio la costruzione di case, e specie di case economiche, dall’abolizione dei piani regionali decisa dal governo conservatore incontra notevoli difficoltà, sia per opposizioni locali, sia per le lungaggini di un percorso autorizzativo modificato. Ora cosa accadrà, in una zona già colpita da calamità naturali? Si seguirà sostanzialmente un approccio localista, senza particolare interesse per i problemi dell’area vasta (la residenza è anche in funzione del sistema occupazionale regionale), oppure per piccoli interessi di quartiere si finirà per consumare indebitamente spazio verde di greenbelt, o magari dirottare le trasformazioni verso aree a maggior rischio? Insomma confondere la democrazia con certo assemblearismo da condominio, degnissimi punti di vista individuali con competenze tecniche e lungimiranza, può essere rischioso. (qui l’articolo originale dal Times & Star)

Certo che le grandi trasformazioni urbane, quantomeno grandi rispetto al contesto in cui si collocano, sono sempre di enorme impatto e andrebbero approvate con la massima concertazione locale. Il caso più classico è quello della grande distribuzione commerciale, dove agli effetti fisici di trasformazione edilizia e infrastrutturale di un’area, e del traffico indotto, si aggiungono quelli socioeconomici, per l’occupazione, le attività concorrenti, le abitudini degli abitanti. Il Daily Echo racconta come nello Hampshire la concessione per un superstore della Sainsbury abbia di fatto spaccato a metà un’amministrazione tra favorevoli o contrari, fra chi esultava per il futuro insediamento e chi già vedeva un villaggio fantasma svuotato di tutti gli esercizi. E paradossalmente, in epoca di localismo sventolato e anche praticato, in chi si spera alla fin fine? Nel ministro per le aree urbane Eric Pickles in persona, che potrà decidere se confermare o ribaltare la controversa autorizzazione. (qui l’articolo originale di Joseph Curtis dal Daily Echo)

E che dire ad esempio del rapporto fra certi atteggiamenti nimby e la necessità di strategie collettive di ampio respiro e tempi lunghi, come quelle connesse ai piani sostenibili di agricoltura urbana? È universalmente noto che proprio il tipo di zoning restrittivo pensato sulle esigenze dei quartieri e la tutela della stabilità dei valori immobiliari, impedisce a molte città americane di introdurre misure sostenibili per il riuso a funzioni non produttive e nuove attività emergenti, dagli orti al piccolo allevamento. Anche su questo sito si sono raccontate infinite vicende di anziani che tenevano un pollaio, o di piccole attività orticole commerciali aggredite in nome di qualche legge obsoleta, e oggi il San Francisco Chronicle racconta le ultime fasi (si spera) della revisione urbanistica che consentirà in tutta l’area della Baia un vero decollo socioeconomico, ambientale e occupazionale, sinora ostacolato da divieti e contraddizioni. (qui dal Chronicle il resoconto di due responsabili di associazioni)

Con tutte le contraddizioni e i rischi che il processo democratico di decisione urbanistica può presentare, val sempre però la pena ricordare come si tratti dell’unica vera garanzia contro i rischi dell’arbitrio. Che di solito non mira certo al bene comune, alla sostenibilità, a rendere la città più bella eccetera: mira ad arricchire i proponenti delle trasformazioni, e qualche volta un po’ di altri miracolati.
Da Mosca Shaun Walker racconta per l’ Independent con adeguato tono da libro di spionaggio le ultime vicende del Gorky Park, passato nell’arco di pochi lustri da paradiso del tempo libero e della cultura proletari, a sfondo di loschi intrighi internazionali, a triste e spelacchiato buco grigiastro nel bel mezzo della grande metropoli. Ma come nelle migliori (e di solito false) fiabe, ecco che arriva il riccone benefattore pronto a restituire alla cittadinanza tirato a lucido il gioiello ex sovietico. Basta però andare poco oltre il titolo inneggiante a “Si volta pagina a Gorky Park”, per capire il succo di tutta la storia: il miliardario naturalmente se ne frega del parco ed è molto ma molto più interessato a recuperare e usare a propri fini i suoi edifici, o farci nuove attrazioni da luna park, ecc. ecc.

Naturalmente tutto senza alcuna possibilità per la popolazione locale di metterci bocca, sempre che sia rimasto qualcuno ad abitare nei paraggi e a usare il parco nel tempo libero naturalmente. Il che ci riporta a Winston Churchill, alla democrazia imperfetta, e al fatto che dobbiamo tenercela perché forse non c’è niente di meglio all’orizzonte. In definitiva, anche se si possono dire peste e corna del localismo urbanistico britannico, o dello zoning micragnoso all’americana, in fondo nascono da un processo partecipativo, e si possono modificare col medesimo strumento. Cosa impossibile coi despoti ex sovietici dal portafoglio troppo gonfio. Lamentiamoci, certo, ma con parsimonia.

(qui l’articolo da The Independent 8 aprile 2011)









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Il sito di Edoardo Salzano
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Bottini, Fabrizio
( 08.10.2013 09:04 )
Per motivi tecnici mi sono provvisoriamente trasferito sul sito Millennio Urbano che (tra l'altro) contribuisco a rilanciare dopo un periodo di transizione -->
Bottini, Fabrizio
( 08.09.2013 10:07 )
Da un paio di secoli l'umanità cerca di misurarsi in con la gigantesca ameba metropolitana scatenata dai cicli di industrializzazione: urbanisti, sociologi, scrittori, ora un regista. Ma la cultura italiana mica ci arriva
-->
Barzi, Michela
( 26.08.2013 09:34 )
Le diffidenze leghiste per le diversità si manifestano naturalmente con maggiore evidenza là dove il partito governa e imperversa. Ma si tratta di una cultura pervasiva, per nulla limitata a quei territori e probabilmente neppure limitata a quell'area politica, pronta a ripresentarsi in diversi contesti -->
( 22.08.2013 19:29 )
Gli spazi simbolo del ceto medio e dei suoi consumi opulenti, diventano sacche di disagio, come dimostra il compendio di ricerche della Brookings Institution sintetizzate in un volume. Il problema è di superare la logica di questo tipo di espansione urbana, e tornare a un modello integrato di città. Dalla rivista universitaria Knowledge Wharton, agosto 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 20.08.2013 18:49 )
La globalizzazione significa soprattutto (che piaccia o meno) essere ineluttabilmente inseriti in un flusso di decisioni interrelate: la tutela delle coste nella nostra bagnarola mediterranea, per esempio -->
Eisenberg, Richard
( 10.08.2013 10:28 )
Recensionee intervista su uno dei tanti libri americani dedicati a una questione che dovrebbe però interessare molto di più anche il resto del mondo: l'immaginario collettivo sull'abitare e i suoi risvolti sociali e ovviamente ambientali. Di fatto ci sono intere generazioni cresciute nel mito antiurbano, che deve essere in qualche modo superato, insieme al tipo di consumi che si porta dietro. Forbes, 9 agosto 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 21.07.2013 09:45 )
C'è sempre qualcosa di affascinante, e al tempo stesso inquietante, nel modo in cui ci adattiamo, o proviamo a adattarci, ai mutamenti ambientali del mondo che ci circonda. Specie quando si tratta di trasformazioni consapevolmente indotte da altri, per motivi affatto umanitari -->
Bottini, Fabrizio
( 16.07.2013 08:35 )
Oltre a dire qualcosa di sinistra, come auspicano e chiedono in tanti da troppo tempo, c'è anche un'altra possibilità: quella di fare concretamente, qualcosa di sinistra, ovvero mettere in pratica e verificare gli alti principi. C'è qualche vago segnale in questo senso, basta guardarlo -->
Bottini, Fabrizio
( 11.07.2013 08:13 )
Che fare quando le migliori (e celebrate) idee si dimostrano carenti? Negare l'evidenza, oppure provare a rifletterci sopra davvero, cercando di capire se e dove esiste qualcosa di sbagliato nel modello, o nella nostra interpretazione? -->
Hetherington, Peter
( 03.07.2013 13:12 )
Un urbanista americano, curiosamente noto soprattutto per essere stato preso a pugni da una contestatrice durante un'assemblea pubblica, ha anche parecchio altro da dire sulla professione, e il ruolo nella città e la società. The Guardian, 2 luglio 2013 (f.b.) -->
Bottini, Fabrizio
( 29.06.2013 10:53 )
C'è qualcosa che non torna nell'entusiasmo da un lato per tutte le possibili tecnologie smaterializzanti dell'universo, dall'altro nel permanere di una cultura degli spazi a dir poco novecentesca, industriale, segregata. Quanto c'è di malafede, e quanto di ignoranza? -->
Bottini, Fabrizio
( 28.04.2013 09:12 )
Il successo dei progetti di trasformazione urbana, come suggerisce il buon senso, dipende dal loro essere urbani, inseriti in un contesto ampio con cui entrano in sinergia. Ma il peggior cieco è chi non vuol vedere ciò che gli sta attorno -->
Walker, Alissa
( 02.04.2013 19:44 )
Vivere e camminare a Los Angeles, senza un'automobile, è compatibile con un'esistenza umana. Figuriamoci qui da noi. Los Angeles Magazine, 29 marzo 2013 -->
Vitullo-Martin, Julia
( 30.03.2013 19:30 )
I problemi insediativi, ambientali, socioeconomici, di qualità della vita, e infine politici, posti dal nuovo ruolo del cibo nella metropoli del terzo millennio. Non è il caso, come intuito in fondo dall'Expo milanese, di porre al centro la questione? Spotlight on the Region, marzo 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 30.03.2013 08:50 )
È passato più di un secolo da quando i futuristi volevano spazzar via tutta l'anticaglia che faceva da zavorra al progresso umano, e nel frattempo si è capito che non tutto è anticaglia e non tutto è zavorra. Però adesso un po' si esagera, in tutto il mondo, con le ideologie antimoderniste su misura -->

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