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Mall International (in English)
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Le mille penombre della città
Data di pubblicazione: 13.05.2011

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Non è vero che è oro tutto ciò che luccica, e neppure che la tecnologia moderna risolverà qualunque problema. Però non è vero nemmeno il contrario: insomma fra grattacieli, lampioni, parchi e orti urbani, le vacche – come si suol dire - sono di varie sfumature, da distinguere

È uscito un nuovo libro sulle lampadine. E chi se ne frega, si potrebbe pensare così d’istinto. Ma è interessantissimo però, in fondo sono la cosa che caratterizza il nostro mondo da oltre un secolo, e il libro in realtà non parla di lampadine, si intitola Luce artificiale, come ha cambiato la nostra vita, di Jane Brox (Souvenir Press). Interessa di sicuro anche oltre la ristretta cerchia di elettrotecnici e appassionati di settore. Probabilmente è capitato a tutti di stare senza illuminazione artificiale qualche minuto, e senza illuminazione artificiale moderna magari qualche giorno, sappiamo più o meno di cosa si tratta. Atmosfere magiche, indimenticabili, appunto perché durano poco. Non è un caso se da sempre i migliori ingegni umani venivano attirati verso le mille luci della città, anche prima delle lampadine, quando c’erano solo torce, candele, più di recente becchi a gas.

Oggi ci possiamo anche permettere, come cantano i super premiati Arcade Fire nella loro Sprawl II, di chiedere “voglio un po’ di buio, qualcuno spenga le luci”. Tanto per restare dalle parti della canzonetta di successo internazionale, tanti anni fa Petula Clark nella sua Downtown diceva l’esatto contrario, ovvero che non c’è niente di meglio dei marciapiedi pieni di gente sotto le insegne al neon scintillanti, per sentirsi bene e dimenticare tutte le preoccupazioni. Comunque la pensiate, è innegabile che il trionfo della vita urbana sia soprattutto trionfo della luce artificiale, nel bene e nel male quello scivolare del tempo in un continuum indistinto fra notte e giorno, dello spazio fra ambienti chiusi e aperti, reso possibile dall’illuminazione. Si scaccia il mistero e si scacciano le paure, si illuminano gli anfratti più profondi e ci si mette dentro gente a lavorare per un intero turno (che vitaccia), si informano tutti per centinaia di metri dell’esistenza della pizzeria forno a legna, e si tiene sveglio coi riflessi un tizio che ha la finestra proprio là sopra. In definitiva, c’è anche la piaga dell’inquinamento luminoso, le stelle che non si vedono più, i consumi energetici per tutte quelle luci che ci cambiano il clima, ma anche tanti vantaggi. Diciamo che, un po’ per accontentare gli Arcade Fire, “qualcuno spenga le luci”, ma poi se serve qualcun altro le riaccenda per favore. (qui dal sito dell’Independent, un bell’estratto dal libro di Jane Brox, pubblicato il 13 maggio 2011)

Gran bella cosa gli entusiasmi adolescenziali: sia quelli di Petula Clark anni ’60 per accendere luci e motori in centro, sia quelli degli Arcad Fire mezzo secolo dopo per spegnere le insegne che hanno invaso anche il suburbio “immerso nel verde”. Ma la verità in un modo o nell’altro sta sempre in mezzo: con i lampioni e le automobili si è costruita un’epoca, piena di occasioni ma anche di gravi problemi, però se in qualche modo occorre tornare sui propri passi non è certo per tornare alla città delle torce accese, o alla campagna senza neppure quelle. Un bell’esempio di come si possa coniugare il meglio di tante cose senza rinunciare a nulla è quello dei tetti verdi, soprattutto quando sono fatti bene e cercano di andare oltre la sola moda. Ce ne sono tanti esempi nelle grandi città, soprattutto del tipo sperimentale che prova a verificare l’utilità di queste coperture per l’ambiente, i consumi energetici (oltre a spegnere le lampadine di troppo naturalmente), le ondate di calore metropolitane, l’agricoltura urbana.

Spesso chi se ne occupa li distingue dalle coperture tradizionali chiamando queste ultime tetti neri, ovvero catramati, ovvero al tempo stesso simbolo della maledizione del petrolio e di bruttezza. I tetti verdi sono invece innanzitutto più belli.
Come quello che sta a Red Hook, Brooklyn, mica tanto lontano dall’enorme copertura azzurra (ma “nera” più che mai) del big-box Ikea. Dove la tecnologia la fa da padrona con un ottimo risultato, visto che poi si vedono solo erba e fiori. Il tutto a partire da una delle schifezze che produciamo in maggior quantità, ovvero i contenitori di polistirolo espanso: il terriccio che ricopre il tetto è una miscela di confezioni scartate dal mercato del pesce, e fertilissimo compost, ci crescono in abbondanza fiori, notoriamente più carini di tegole, calcestruzzo, catrame. E più efficienti per tutti i motivi riassunti prima, e molti altri.
Nel caso specifico, l’esperimento comprende il riuso di una fabbrica dismessa, l’utilizzo del tetto come spazio espositivo, il riciclo delle acque oltre a quello del polistirolo. E ci si può immaginare che con un numero maggiore di amministrazioni locali che promuovono e sostengono queste iniziative (il piano strategico di New York ad esempio), la pratica dei tetti verdi riesca ad andare oltre una pur interessante fase pionieristica, e diventare una tecnica come un’altra. ( qui il racconto di Sarah Goodyear dal sito ambientalista Grist)

L’idea dei tetti ricoperti di vegetazione sicuramente fa pendere la bilancia a favore delle luci spente, visto che la natura - anche mescolata al polistirolo – evoca albe e tramonti, non certo le insegne luminose o i lampioni stradali. Un po’ di metri sotto quei tetti stanno però le strade, dove una buona illuminazione spesso fa la differenza tra sicurezza e rischio: cosa succederebbe se si spegnessero tutti i semafori, o le luci nei sottopassaggi? Muoversi tranquilli è cosa che interessa soprattutto pedoni e ciclisti, che nella città sono ancora spesso ridotti allo stato di preda, inseguita fin nei più riposti anfratti dallo spietato predatore automobile. Per sfuggire alle aggressioni delle quattro ruote a motore notoriamente si fa di tutto: invadere spazi non esattamente propri (ovvero altrui), comportarsi a propria volta in modo aggressivo. E in tutte le città dove si è cominciato faticosamente a cercare una alternativa allo strapotere del veicolo privato la cosa salta agli occhi: gli dai un dito e si prendono tutto il braccio. Le biciclette, intendo.

Comprensibile e per certi versi anche legittimo, ma quando è troppo è troppo. Il ciclista deve cominciare a capire che non può ripetere per altri versi il medesimo percorso che ha portato l’auto a essere odiata da chiunque non ci stia sopra. Anche perché, se chiede investimenti in infrastrutture dedicate alla bicicletta, deve almeno risultare simpatico e trovare consenso, no? A New York sta cominciando invece a risultare invadente: prima le piste ciclabili contestate dagli abitanti e esercenti di certi quartieri che le ritengono invasive o inutili;, adesso sono proprio i comportamenti di chi pedala su due ruote ad essere al centro delle polemiche. Non la cafonaggine di qualcuno, pare, ma proprio una tendenza generale della categoria, al punto che una vera paladina come Janette Sadik-Khan, responsabile per i trasporti della Grande Mela che tanto ha fatto per la mobilità dolce, adesso ha lanciato ufficialmente anche la campagna: Non Fare il Cretino! Con tanto di cartelli, magliette e gadget vari.

Del resto lo sanno bene le tante amministrazioni europee che introducono il criterio degli spazi condivisi, quanto sia importante, essenziale, una cultura della città e dei suoi vari ambiti del tutto differente, per superare la logica del predominio automobilistico. Innanzitutto, non ripetere con aree pedonali e piste ciclabili l’errore compiuto a suo tempo con le arterie veloci, ovvero di segregare i vari tipi di traffico. Ma neppure quello di limitarsi a operazioni architettonico-ingegneristiche di arredo stradale eliminazione delle barriere e segnaletica. Perché tutti la smettano di fare i cretini, ovvero comportarsi come se fossero soli al mondo, ci vogliono politiche urbane serie, che partono dalla pianificazione urbanistica, passano attraverso la gestione del traffico, e arrivano alle campagne formative e informative. Questo presuppone per esempio che esista da un lato un “contenitore” in grado di coordinare l’azione dei vari settori tecnico amministrativi di una città, come quello di un piano strategico, dall’altro una cultura non solo politica, ma tecnico-scientifica, che comprenda quali sono le sfide attuali e future. Insomma, per farla breve, un urbanista. Ma esiste in natura qualcuno così?

La risposta naturalmente e sicuramente è NO, ma da oltre un secolo stiamo provando a fabbricarlo.
Che serva è fuor di dubbio, e ci hanno provato via via a proporsi con vario successo ingegneri, medici, sociologi, architetti, ciascuno a modo suo inventando una ricetta vincente per risolvere i problemi della metropoli. E qualche volta riuscendoci pure, salvo poi scoprire che la soluzione faceva nascere altri problemi, magari peggiori di quelli di prima. Ad esempio la città delle mille luci sfavillanti e delle superstrade percorse da auto sfreccianti è il capolavoro di ingegneri e architetti moderni, tallonati dai sociologi e medici che osservano quanto però vivendo così si finisca per diventare stressati, aggressivi, o per ammalarsi gravemente. Insomma non basta saper progettare gli spazi fisici, ma anche mescolare natura, artificio, relazioni, economia, aspirazioni. Nessuno è in grado di capire insieme tutte queste cose, e allora dalla seconda metà del ‘900 nei paesi civili (in altri un po’ meno) ha cominciato ad aprirsi la strada la nuova figura del planner: non uno specialista acchiappa tutto, ma più modestamente un tecnico-studioso generalista che, a partire da una formazione di base specifica, è in grado di applicarla alla complessità urbana e di misurarsi con altri apporti complementari.

Un bel racconto personale di cosa spinge ad esempio un laureato di scienze politiche a misurarsi sistematicamente con i temi della città contemporanea è proposto sul sito Planetizen da un diplomato in scienze della politica. Il quale (come nei migliori racconti autobiografici a lieto fine) sin da molto giovane viveva e notava i problemi della grande metropoli, il traffico, la presenza o assenza dei mezzi pubblici, i problemi sociali di sicurezza, o emarginazione. E oggi, dopo aver esaminato tutti i possibili sbocchi professionali (e relativi percorsi universitari) legati a quei temi, ha deciso che proseguire con un master in scienze amministrative finirebbe per relegarlo a un ambito forse prestigioso, ma troppo angusto per chi vorrebbe davvero incidere sulle questioni urbane. Meglio intraprendere la carriera del planner.
Una bella consolazione per le generazioni di studiosi, tecnici, accademici, che almeno dalla prima metà del ‘900 provano a uscire dal vicolo cieco dell’approccio troppo tecnocratico, o troppo politico, o legato esclusivamente allo spazio costruito come quello più noto di matrice architettonica. La bacchetta magica non esiste, ma provare e riprovare, come diceva quel signore, di certo aiuta. ( qui il racconto di Victor Negrete da Planetizen)









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Il sito di Edoardo Salzano
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Bottini, Fabrizio
( 08.10.2013 09:04 )
Per motivi tecnici mi sono provvisoriamente trasferito sul sito Millennio Urbano che (tra l'altro) contribuisco a rilanciare dopo un periodo di transizione -->
Bottini, Fabrizio
( 08.09.2013 10:07 )
Da un paio di secoli l'umanità cerca di misurarsi in con la gigantesca ameba metropolitana scatenata dai cicli di industrializzazione: urbanisti, sociologi, scrittori, ora un regista. Ma la cultura italiana mica ci arriva
-->
Barzi, Michela
( 26.08.2013 09:34 )
Le diffidenze leghiste per le diversità si manifestano naturalmente con maggiore evidenza là dove il partito governa e imperversa. Ma si tratta di una cultura pervasiva, per nulla limitata a quei territori e probabilmente neppure limitata a quell'area politica, pronta a ripresentarsi in diversi contesti -->
( 22.08.2013 19:29 )
Gli spazi simbolo del ceto medio e dei suoi consumi opulenti, diventano sacche di disagio, come dimostra il compendio di ricerche della Brookings Institution sintetizzate in un volume. Il problema è di superare la logica di questo tipo di espansione urbana, e tornare a un modello integrato di città. Dalla rivista universitaria Knowledge Wharton, agosto 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 20.08.2013 18:49 )
La globalizzazione significa soprattutto (che piaccia o meno) essere ineluttabilmente inseriti in un flusso di decisioni interrelate: la tutela delle coste nella nostra bagnarola mediterranea, per esempio -->
Eisenberg, Richard
( 10.08.2013 10:28 )
Recensionee intervista su uno dei tanti libri americani dedicati a una questione che dovrebbe però interessare molto di più anche il resto del mondo: l'immaginario collettivo sull'abitare e i suoi risvolti sociali e ovviamente ambientali. Di fatto ci sono intere generazioni cresciute nel mito antiurbano, che deve essere in qualche modo superato, insieme al tipo di consumi che si porta dietro. Forbes, 9 agosto 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 21.07.2013 09:45 )
C'è sempre qualcosa di affascinante, e al tempo stesso inquietante, nel modo in cui ci adattiamo, o proviamo a adattarci, ai mutamenti ambientali del mondo che ci circonda. Specie quando si tratta di trasformazioni consapevolmente indotte da altri, per motivi affatto umanitari -->
Bottini, Fabrizio
( 16.07.2013 08:35 )
Oltre a dire qualcosa di sinistra, come auspicano e chiedono in tanti da troppo tempo, c'è anche un'altra possibilità: quella di fare concretamente, qualcosa di sinistra, ovvero mettere in pratica e verificare gli alti principi. C'è qualche vago segnale in questo senso, basta guardarlo -->
Bottini, Fabrizio
( 11.07.2013 08:13 )
Che fare quando le migliori (e celebrate) idee si dimostrano carenti? Negare l'evidenza, oppure provare a rifletterci sopra davvero, cercando di capire se e dove esiste qualcosa di sbagliato nel modello, o nella nostra interpretazione? -->
Hetherington, Peter
( 03.07.2013 13:12 )
Un urbanista americano, curiosamente noto soprattutto per essere stato preso a pugni da una contestatrice durante un'assemblea pubblica, ha anche parecchio altro da dire sulla professione, e il ruolo nella città e la società. The Guardian, 2 luglio 2013 (f.b.) -->
Bottini, Fabrizio
( 29.06.2013 10:53 )
C'è qualcosa che non torna nell'entusiasmo da un lato per tutte le possibili tecnologie smaterializzanti dell'universo, dall'altro nel permanere di una cultura degli spazi a dir poco novecentesca, industriale, segregata. Quanto c'è di malafede, e quanto di ignoranza? -->
Bottini, Fabrizio
( 28.04.2013 09:12 )
Il successo dei progetti di trasformazione urbana, come suggerisce il buon senso, dipende dal loro essere urbani, inseriti in un contesto ampio con cui entrano in sinergia. Ma il peggior cieco è chi non vuol vedere ciò che gli sta attorno -->
Walker, Alissa
( 02.04.2013 19:44 )
Vivere e camminare a Los Angeles, senza un'automobile, è compatibile con un'esistenza umana. Figuriamoci qui da noi. Los Angeles Magazine, 29 marzo 2013 -->
Vitullo-Martin, Julia
( 30.03.2013 19:30 )
I problemi insediativi, ambientali, socioeconomici, di qualità della vita, e infine politici, posti dal nuovo ruolo del cibo nella metropoli del terzo millennio. Non è il caso, come intuito in fondo dall'Expo milanese, di porre al centro la questione? Spotlight on the Region, marzo 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 30.03.2013 08:50 )
È passato più di un secolo da quando i futuristi volevano spazzar via tutta l'anticaglia che faceva da zavorra al progresso umano, e nel frattempo si è capito che non tutto è anticaglia e non tutto è zavorra. Però adesso un po' si esagera, in tutto il mondo, con le ideologie antimoderniste su misura -->

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