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Architetti, urbanisti, città: ora di dirsi addio?
Data di pubblicazione: 04.11.2011

Certe volte pare proprio che quel famigerato meccanismo dell’1% contro il rimanente 99% valga anche per l’immaginario delle decisioni sul nostro spazio quotidiano. Perché qualcuno deve avere per forza più voce di altri? Qualche riflessione

Qualche giorno fa scorrendo un quotidiano online mi è cascato l’occhio su un trafiletto, dove si annunciava un nuovo programma di ricerca per le città. Il giornalista aveva evidentemente scambiato qualche battuta al telefono col coordinatore, e quel noto studioso di fenomeni sociali aveva esposto la sua innovativa pensata. In visita a un collega urbanista, mentre chiacchieravano del più e del meno non riusciva a staccare gli occhi da una carta appesa dietro la scrivania, e rifletteva: ma le cose di cui stiamo parlando avvengono proprio in QUEGLI SPAZI! Da lì, appunto, il programma di ricerca, che vedrà la classica sequenza di finanziamenti, incarichi, organizzazione del gruppo, cooptazione di giovani ecc.

Fatta la tara ai limiti ovvi di quel genere di comunicazione da mezza dozzina di righe a riassumere un universo, mi è venuto istintivo comunque un salterello sulla sedia. Perché la scoperta del rapporto diretto tra fenomeni sociali e composizione spaziale, in senso contemporaneo, a occhio e croce risale almeno alle osservazioni di John Snow sulle fontanelle di Broad Street a Londra. Riassumo brevemente per chi si fosse collegato in questo momento: era il 1854 e la capitale britannica era colpita da una delle devastanti epidemie di colera; il dottor Snow, registrando la frequenza dei casi di contagio sul territorio, scopriva la relazione tra certe fonti d’acqua (contaminate) e la malattia, mentre sino a quel momento si riteneva che il colera fosse un ubiquo “miasma”, una specie di maledizione divina impossibile da localizzare, e quindi difficilissima da combattere.

Senza farla troppo lunga, anche dalle prime intuizioni di Snow si sviluppano da un lato le conoscenze sul fenomeno e dall’altro le sue relazioni con lo spazio in cui si manifesta. Fino a oggi, quando grazie agli sviluppi di quelle e altre intuizioni l’interpretazione corrente sia dei riot britannici dell’estate 2011, sia di alcune indebite intemperanze dei black-bloc incappucciati nostrani, automaticamente evocano ambienti di case popolari, meglio se multipiano e con cemento armato a vista stile anni ’60-’70. Ovvero qualunque osservatore attento recupera il metodo della convergenza, e unisce psicologia individuale o collettiva e spazi metropolitani. Il che non toglie naturalmente alcuna legittimità alle riflessioni del sociologo durante il suo colloquio con l’urbanista osservando la mappa dietro la scrivania, però ne suscita delle altre: che bisogno c’è di riscoprire ogni volta l’acqua calda? O meglio, quando due prospettive di osservazione si sono incrociate una volta con straordinari risultati di avanzamento scientifico, non sarebbe il caso di farne tesoro? Pare proprio di no.

Per risolvere problemi come quelli di Broad Street e delle sue micidiali fontanelle, o qualche anno più tardi quelli del quartiere Porto di Napoli, dove nel’estate 1884 muoiono di colera 7.000 persone in una settimana, nasce l’urbanistica moderna. Dove si mescolano le conoscenze e gli obiettivi dell’ingegneria, dell’igiene, della buona amministrazione, e infine anche dell’architettura e dell’estetica. Sono proprio gli architetti, più o meno a cavallo della prima guerra mondiale, a dare un grande impulso all’urbanistica proprio puntando su questi visibilissimi aspetti esteriori: la città bella è per definizione anche quella sana, giusta, ricca, efficiente. Ottima idea, perché aiuta a diffondere l’intuizione iniziale: in fondo un bel disegno, come dimostra il movimento americano City Beautiful, riesce a smuovere il sangue nelle vene anche del più taccagno dei milionari, e a far aprire il portafoglio a privati e pubbliche amministrazioni. Però a quel punto gli architetti si montano un po’ troppo la testa, del resto per l’artista la tentazione di far la primadonna è sempre in agguato, no?

Certo l’intuizione in sé non è mica sbagliata: la città è una cosa tanto complessa che a capirla non bastano (anzi: la storia insegna che non sono mai bastate) tutte le possibili e immaginabili statistiche sanitarie, sociali, le soluzioni tecniche dei grandi impianti, lo studio delle patologie, delle abitazioni … Ci vuole una marcia in più, e la si trova solo gettando il cuore oltre l’ostacolo, facendo un balzo nell’ignoto, ovvero sperimentando nuovi rapporti fra spazi e manifestazioni collettive, a partire dal progetto spaziale. La conoscenza è sempre preziosa, naturalmente, e dentro il progetto di un nuovo spazio dovranno convergere tutte le analisi e conclusioni di settore, ma alla fine bisogna scegliere, e un po’ di imponderabile è di dovere. Per questo, soprattutto in Italia ma non solo, l’urbanista finisce per confondersi con l’architetto, e nonostante tutto, nonostante i pur intensi e nesti sforzi degli stessi urbanisti e delle scuole e università che soprattutto dalla seconda metà del Novecento provano a integrare e arricchire la proposta, pare che siamo sempre da quelle parti. La costruzione della città è cosa da architetti, tutti gli altri al massimo esprimono dei giudizi parziali, delle domande specifiche e magari un po’ egoistiche, approfondiscono questioni che poi dovranno comunque essere sintetizzate dall’architetto/urbanista. Dietro al quale però continua a nascondersi l’architetto/architetto. Per questo il sociologo di fronte alla mappa dietro la scrivania si convince di aver avuto una intuizione innovativa: vorrebbe partecipare alla sintesi, ma avverte che in qualche modo ne esiste già una bella e pronta. Che però oggi ha tanto, tanto bisogno di rinnovarsi.

Per esempio, la rivista Micromega nel preparare un numero speciale su un ipotetico nuovo programma di governo per il paese, ha chiesto alcune settimane fa a un urbanista di preparare il capitolo sulla città e il territorio. Tema quanto mai attuale, certo, tra degrado delle periferie, consumo di suolo agricolo sino al rischio ambientale, devastazione del paesaggio, obsolescenza delle infrastrutture e dei trasporti, problema della casa sempre sull’orlo della crisi. Quando l’articolo è arrivato in redazione, però, è successa una cosa strana: è stato pubblicato, certo, perché indubbiamente di grande valore, sintesi e testimonianza, ma non nel numero dedicato all’ipotetico programma di governo nazionale. Micromega tra l’altro è anche recidiva, visto che una decina d’anni fa per una “simulazione programmatica” simile il contributo dell’urbanistica non l’aveva neppure chiesto, suscitando le giuste proteste degli studiosi del territorio.

Proteste che si sono levate forse più decise anche stavolta, e probabilmente vale davvero la pena di chiedersi: perché non parlare di urbanistica, proprio quando ad esempio anche la presidenza Obama tra i primi provvedimenti ha istituito un sottosegretariato alla città e al territorio, che sono il riferimento costante per le modalità di spesa nello stimolo all’economia? E la risposta, senza addentrarsi troppo nella psiche dei redattori della rivista, la si trova da un lato nell’idea di urbanistica ancora larghissimamente diffusa nell’opinione pubblica, dall’altro nella divergente idea di città e territorio altrettanto comunemente diffusa, che comprende varianti diverse, dall’ambiente ai trasporti ai consumi alle reti immateriali ecc. Tutte cose che nella “grande sintesi” o non entrano proprio, o se ci entrano lo fanno dalla porta di servizio. Basta leggere uno o tutti i tre articoli dai giornali riportati in fondo a questa nota: la città la fa l’architetto, oggi detto archistar, braccio armato del potente, o nel caso migliore interprete delle istanze sociali.

Oppure basta leggere un documento di pianificazione, dentro il quale certe cose considerate “di settore” non entrano, e pure di settore non sono affatto e lì o da qualche altra parte dovrebbero invece entrare con pari dignità, per costruire una sintesi degna del suo nome. Un tentativo del genere sono i cosiddetti general plan previsti da alcune leggi statali americane, dove oltre ai temi classici e consolidati dell’urbanistica del Novecento entrano i trasporti, lo sviluppo economico, alcuni obiettivi sociali, e che però alla fine delegano qualunque cogenza alle norme di zoning o a quelle edilizie, ambientali ecc. Il percorso però dovrebbe essere esattamente questo, ovvero di cercare una sintesi diversa, se (cogliendo il segnale di Micromega in positivo) l’urbanista del secondo dopoguerra ha ormai fatto il suo tempo come punta avanzata della cultura generale del territorio.

Certo ci vorrà del tempo, ma un grande aiuto ci arriva esattamente dal finto urbanista/archistar del tipo di Lord Norman Foster, raccontato in una delle sue mirabolanti avventure nell’ultimo degli articoli, ripreso dal Guardian. Non contento di averci lasciati qui in Italia con le rovine di Santa Giulia, non pago di aver presentato in pompa magna un progetto di new town turistica sedicente sostenibile commissionata dalla famiglia Gheddafi, fresco fresco dalla assurda e suburbana astronave/salvagente della nuova sede Apple di Cupertino voluta da Steve Jobs, adesso vuole papparsi l’estuario del Tamigi in persona, firmando l’ennesima megaopera simbolo fallico di potente, in forma di aeroporto galleggiante. Credo che, anche solo per difendersi da questo insopportabile bombardamento, mediatico e molto peggio, la società civile possa essere molto favorevolmente predisposta alle nuove frontiere di una sintesi urbana e territoriale più avanzata. A proposito: come possiamo chiamarla? Il dibattito è aperto.

Curzio Maltese, Aperta, leggera, gioiosa io sogno la città-piazza, intervista a Renzo Piano, la Repubblica, 3 novembre 2011


Renzo Piano, nella primavera del 2006 ci siamo visti all´inaugurazione dei cantieri per il progetto sull´ex area Falck di Sesto San Giovanni. Sono passati duemila giorni, in questo tempo lei ha quasi finito a Londra nell´area dismessa della Ferrovia a London Bridge Station la più alta torre d´Europa, ricostruito un pezzo di New York intorno alla nuova sede della Columbia University, e lavorato a un´altra mezza dozzina di progetti in giro per il mondo. Il cantiere di Sesto è rimasto fermo a quel giorno, bloccato da scandali, inchieste e fallimenti. Non è questa una vicenda esemplare del declino italiano?

«Lo è di sicuro. Lavorare in Italia significa anche questo, è spesso frustrante, difficile e perfino pericoloso. Ma d´altra parte è esaltante, perché l´Italia è l´Italia, le nostre città sono straordinarie. Ora che finalmente il progetto di Sesto riparte, l´entusiasmo, il fascino della scommessa di poter costruire qualcosa di diverso alle porte di Milano vince su tutto».

Il progetto era ed è molto bello, una città sostenibile e leggera, in qualche modo la smentita alla pessima ricostruzione delle aree industriali fatta intorno a Milano in questi anni. Ma non ha paura di inciampare in altre brutte storie? Insomma, a uno come Renzo Piano chi glielo fa fare di correre il rischio italiano?
«Mi fido del sindaco di Sesto, Giorgio Oldrini, che ha deciso la riapertura dei cantieri. Certo, ti fa male sentir parlare di un "sistema Sesto" come sinonimo di corruzione politica e speculazione edilizia. Leggere quelle intercettazioni orribili. Io ho fatto l´università a Milano intorno al fatidico ´68 e per noi Sesto San Giovanni era un mito, la Stalingrado d´Italia, la cittadella della classe operaia, il primo grande insediamento industriale della nostra storia. è un luogo che ho nel cuore. Sono ripartito dall´idea di Sesto come laboratorio sociale e della modernità, dove sono partite le grandi lotte operaie, dove si costruivano aerei meravigliosi quando l´aeronautica italiana era all´avanguardia nel mondo. La nuova Sesto dovrebbe essere una piccola utopia, trasparente, sostenibile, aperta, immersa in un parco grande come il parco Sempione, a impatto zero, anche grazie alla consulenza scientifica di Carlo Rubbia. La prima città concepita per il Ventunesimo secolo, così come la vecchia Sesto era stata la prima vera città novecentesca. Senza per questo stravolgere una storia gloriosa, anzi. Con l´Unesco stiamo discutendo di trasformare parte delle vecchie fabbriche di Sesto in patrimonio dell´umanità».

Ma, in generale, è possibile mettere mano alle nostre città? Si ha l´impressione che tutta la spinta si esaurisca nel momento dell´annuncio. Che fine hanno fatto i meravigliosi progetti di cui abbiamo sentito parlare in questi anni e dove i politici di turno hanno speso il nome di Renzo Piano? Parlo dei parchi di Milano, il quartiere Flaminio a Roma, il nuovo fronte del porto a Genova… Dobbiamo aspettare una vigilia elettorale?
«Il progetto del Waterfront a Genova era un regalo fatto alla mia città, quasi un sogno. Costruire sull´acqua è una mia vecchia idea e ora comincia a essere piuttosto di moda. Il nuovo centro culturale Botin di Santander, per esempio, ha i piedi nell´acqua. Aprire verso il mare sarebbe l´unica soluzione per liberare la mia città, farla respirare, ma non mi illudo sui tempi. A Milano l´idea dei novantamila alberi non era neppure mia, ma di Claudio Abbado. Le città hanno bisogno disperato di verde e piantare alberi a Milano è facilissimo, crescono in fretta. Ma c´è sempre qualcuno pronto a spiegarti che non si può fare. è andata male con i novantamila alberi di Milano, speriamo nei novemila alberi di Sesto San Giovanni».

E il progetto del Flaminio, vicino all´Auditorium di Roma?
«è una bella scommessa anche quella. Il successo dell´Auditorium permette di ripensare tutto il quartiere. In fondo per me è un tornare alle origini, al Beaubourg. è la stessa cosa, animare un pezzo di città dimenticato a partire da un luogo di cultura. Naturalmente bisogna vedere se esiste davvero la volontà di farlo. Diciamo che parlare con Pompidou o con il sindaco Bloomberg è meno complicato che capire le reali intenzioni dei nostri politici».

I suoi lavori nelle grandi città, dal Beaubourg all´Auditorium, dal porto antico di Genova a Potsdamer Platz, sono diversi per tecniche, ma ispirano lo stesso sentimento, una specie di allegria urbana, che è la chiave del successo popolare. Come la si ottiene?
«Penso sempre che questo sia lo scopo, far stare bene la gente, e non lasciare solo un segno, una griffe su un luogo. Uno dei problemi delle nostre città, non soltanto le italiane, non è tanto la bellezza quanto appunto la gioiosità. Non si sono imbruttite poi tanto, ma si sono intristite. Esistono alcuni modi, certo, a partire dall´uso dei materiali, dei colori, delle trasparenze. è fondamentale l´acqua, rende le città più belle, raddoppia le immagini. Venezia è bella perché è unica e perché c´è l´acqua. Ma alla fine il tratto più importante non è estetico, piuttosto etico. Bisogna costruire per far incontrare e non per dividere. La felicità di un luogo, di una città, sta nel creare incontri, nell´aprirsi agli altri. Quello che ha intristito le città e la società in generale è l´uso politico della paura. Questo è deprimente ovunque, ma in particolare in Italia. Siamo il Paese che ha inventato la piazza, la città aperta. è in quest´arte di mischiare esperienze diverse la vera natura italiana».

Paolo Valentino, Quelle archistar alla corte dei dittatori, Corriere della Sera, 3 novembre 2011

Il nuovissimo quartier generale della televisione di Stato cinese domina e nobilita lo skyline di Pechino. Il grattacielo sghembo, torto e ripiegato su se stesso, disegnato dall'olandese Ole Scheeren, partner dell'architetto cult Rem Koolhaas nello studio Oma, è già entrato di diritto tra i grandi edifici del Terzo Millennio.Ad Astana, capitale del Kazakhstan, la città costruita dal nulla nella steppa asiatica, a marchiare il paesaggio urbano è la forma piramidale che Lord Norman Foster, già ideatore della cupola del Reichstag di Berlino, ha dato al Palazzo della Pace e della Riconciliazione.

Entro il 2012, verrà completato il Louvre di Abu Dhabi, un progetto pensato dal francese Jean Nouvel, parte del complesso culturale di Saadiyat Island, dove saranno impegnati anche l'americano Frank Gehry, padre del Guggenheim di Bilbao, e l'anglo-irachena Zaha Hadid, celebre in Italia per il Maxxi di Roma.
Cosa lega queste opere architettoniche, oltre a essere firmate ognuna da altrettante stelle della disciplina, o come vuole il neologismo da archistar? Sono tutte costruite in Paesi autoritari o nel migliore dei casi autocratici. Sono tutte cioè frutto della volontà di auto-rappresentazione di un regime o di un leader, che con la democrazia hanno poco o nulla a che fare. E non sono eccezioni, ma gli esempi più emblematici di una sorta di corsa all'Est, che negli ultimi anni ha visto schiere di studi d'architettura occidentali gettarsi a capofitto nei cantieri delle arrembanti potenze economiche d'Oriente.

Proprio per questa ragione si trovano al centro di polemiche e controversie, corni di un dibattito antico e millenario, ma in questi mesi riacceso da nuovo vigore e punte inedite di virulenza polemica.È giusto progettare il tempio dell'informazione televisiva, per conto di un Paese che trova nella censura uno dei pilastri della sua stabilità? O edificare un luogo dedicato alla «pace e alla convivenza tra i popoli» a maggior gloria di Nursultan Nazarbayev, cacicco dell'ultimo Politburo dell'Urss, presidente che viene eletto col 92% dei voti e guida un Parlamento composto di soli deputati del suo partito? E ancora, non sarebbe il caso di porsi un problema etico, di fronte all'abuso di migliaia di lavoratori immigrati, sottopagati e tenuti in condizioni subumane, che è pratica comune nei cantieri edili degli Emirati del Golfo?

Francesco Dal Co, direttore diCasabella, non nega l'«esistenza di un problema morale», ma allarga il campo. «Da Giustiniano ai Papi, ai principi del Rinascimento, tutta la storia dell'architettura è stata scritta da opere edificate a maggior gloria del committente. Leon Battista Alberti diceva che ogni lavoro architettonico è "figlio di un padre e di una madre". Appunto, l'architetto e il principe». Con una differenza sostanziale, che gli edifici sfidano i secoli e gli autocrati passano: «Il problema per un architetto è concepire cose in grado di sopravvivere alla celebrazione di un potere contingente: nel rapporto critico col grande committente, un grande artista cerca la sua vera libertà. Quello che non avviene nel caso di Albert Speer e Hitler, dove l'architetto annulla ogni ricerca di libertà e accetta con la sua opera di dover rendere eterno il regime». Detto questo, Dal Co ammette che avrebbe «molti dubbi a progettare per un dittatore».

«L'architettura racconta una storia, è rappresentazione di una civiltà e di una comunità — dice Renzo Piano — e dove c'è un regime autoritario non c'è civiltà». Probabilmente il più cosmopolita dei grandi architetti contemporanei, Piano rifiuta ogni facile moralismo, ma dice semplicemente: «Avrei serie difficoltà ad accettare di raccontare una storia che non mi piace».Alcuni architetti si sono dati una carta dei princìpi. È il caso di Richard Rogers, che proprio con Piano firmò negli anni settanta il Centre Pompidou a Parigi, ormai un'icona culturale della capitale francese. Il suo studio, Rogers Stirk Harbour + Partners, accetta solo lavori che portino un beneficio alla società, rifiuta ogni incarico da istituzioni militari o collegato a potenziali danni all'ambiente, come una centrale nucleare e valuta preventivamente le condizioni democratiche del Paese dove dovrebbe lavorare. Di recente ha declinato un'offerta per costruire un Tribunale in Arabia Saudita.

Certo, c'è progetto e progetto. «Progettare una scuola in Cina è probabilmente diverso che progettarvi il ministero della Propaganda», dice l'architetto newyorkese Michael Sorkin. «È una differenza sottile, che può mettere a posto la coscienza personale», chiosa Vittorio Gregotti, che in Cina ha lavorato per molti anni, ma mai per opere celebrative. «La cosa fondamentale però — dice il decano del modernismo italiano — è avere un rapporto critico con la realtà, una distanza dallo stato delle cose. Quello che purtroppo spesso manca proprio a tante archistar, impegnate a inseguire le mode, celebrare il marketing, teorizzare l'anti-città».

Il punto è se esista un'architettura impermeabile all'autoritarismo, dal momento che ogni edilizia pubblica celebra un uso collettivo e inevitabilmente chi lo realizza. Dopotutto, l'architettura pubblica in un regime autoritario è l'espressione fisica di una particolare nozione d'ordine, il messaggio più chiaro di come quel potere intende essere percepito.Con voluto intento provocatorio, l'architetto milanese Mauro Galantino risponde positivamente, indicando ad esempio della possibilità di fare architettura anche in assenza di democrazia, la Casa del Fascio di Como, «opera del fascistissimo» Giuseppe Terragni: «L'architettura anti-autoritaria trasfigura la tradizione rendendola non manipolabile per la propaganda. Nella casa di Terragni, luogo, tradizione e spazio collettivo sono talmente equilibrati ed espressi con uno stile anti-figurativo da poter passare senza colpo ferire da un regime a una democrazia ed essere difesi, come fu il caso, da Bruno Zevi, esponente del Cln, che salvò l'edificio per il suo assoluto valore artistico».

Refrattaria al totalitarismo è insomma «l'architettura, che costruisce le sedi del potere con gli stessi mezzi espressivi con cui fa le case popolari». E qui Galantino rovescia l'onere della prova, con un altro genere di j'accuse alle archistar. Non tanto colpevoli di lavorare per i dittatori, quanto di «costruire cattedrali al nulla per clienti democratici, usando un'architettura dittatoriale, enfatica e celebrativa, basata sul gigantismo immotivato, che non può essere ripetuta per una casa popolare, un asilo, una chiesa di quartiere». Colpevoli, detto altrimenti, di «sostituire lo stupore all'emozione».

Jonathan Glancey, Lord Foster reveals £50bn Thames Hub project, The Guardian, November 2, 2011


"Make no little plans. They have no magic to stir men's blood and probably will not themselves be realised." These famous words are attributed to Daniel Burnham, the ebullient American architect and planner who reshaped Chicago, extended WashingtonDC and championed the City Beautiful movement of the late 19th century.

On Wednesday Lord Foster announced a plan so big that even Burnham would have been impressed. The Thames Hub, a £50bn project devised by architects Foster and Partners, planners and builders Halcrow and Volterra, a consultancy group of British economists, aims to revolutionise Britain's often creaking and largely inadequate national transport and energyinfrastructure.

From a proposed new Thames Hub, comprising an international airport, railway terminus, freight depot and port along with a new Thames Barrier sited all together in the Thames estuary, a new four-track high-speed orbital passenger and freight railway would run around the north of Londonbefore joining main lines to Glasgow, Edinburgh, Liverpool, Manchester, Hull, Felixstowe, Cardiff and Southampton.

Aiming to take thousand of container lorries off the roads, this radically enhanced national transport "spine" would also carry power lines and communications cables, cutting down on the need for new pylons. Built to a continental loading gauge, the railways would connect directly with high-speed passenger and freight lines in the rest of Europe.

New homes, hi-tech factories and other workplaces would be built around existing and new railway lines with tens of thousands of new homes connected directly to an ultra-modern transport network. Most new homes in Britain are currently scattered on the fringe of old towns and across the green belt with little consideration for transport and other infrastructure.

"We need to recapture the foresight and political courage of our 19th-century forebears, " said Foster on Wednesday, "if we are to establish a modern transport and energy infrastructure in Britain for this century and beyond."

The Thames Hub and the "spine" are bold plans indeed. "They're born out of necessity, enthusiasm and frustration," says Foster. "In Hong Kong, a decade ago, we were able to build a major new international airport and all the associated infrastructure including a new island reclaimed from the sea within four years. If Britain wants to compete with rapidly developing global economies, it must sort out its infrastructure and, if this is holistically planned with real political commitment it can also be a thing of beauty and environmentally friendly."

"I know it's against the national grain to come up with big plans and we'll be accused of playing Napoleon, but we have to get the debate going and show what a difference a radical new infrastructure plan could make to Britain."

"Infrastructure is the key", says David Kerr, group board director of Halcrow. "Britain ignores development and investment in infrastructure at its peril. Look around the world and you see the way in which China and Latin America are investing heavily in infrastructure. They see it as a passport to strong economic development."

Bridget Rosewell of Volterra says that, if implemented, the Thames Hub plan would generate £150bn in financial benefits alone. It has also been planned to save the green belt from rapacious commercial development, to generate hydroelectric power from the tidal Thames and to beautify transport corridors around London and along the country's main traffic arteries.

"If it went ahead, even in part," says Foster, "the very realisation of the plan would create thousands of skilled jobs in engineering, manufacturing and construction alone."

Although Britain has rarely been a country of grand plans, these have existed. The building of the railways, sewers, National Grid, motorways and water supplies are all examples of how Britain has made it in the past. Huge infrastructure projects like the city of Birmingham's water supply from the ElanValley, completed in the early 20th century, prove how such works can be breathtakingly beautiful as well as discreet and highly effective. They can also be highly controversial, politically sensitive and hugely expensive.

"The cost of not doing anything will ultimately be much higher," says Foster, an architect used to moving mountains in the far east. "We've stuck our heads up like coconuts in a funfair expecting them to be knocked down. But we need to do something soon, and this plan is national, aiming to redress the imbalance of the economies of north and south."

Could it happen? Could we soon be flying in and out of one of the greatest ports in the world where fleets of modern aircraft, ships and trains power Britain's economy into a newly competitive age? Will we live in fine new homes connected to brand new transport, energy and communications spines and hubs? Or will we decide it's business as usual in little Britain and carry on building junkhousingon what were once meadows and unsustainable supermarkets and shopping malls on the land that's left and between overcrowded roads and railways? Foster and his team have offered a big-spirited vision of Britain, but do we have eyes to see it?









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Il sito di Edoardo Salzano
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Bottini, Fabrizio
( 08.10.2013 09:04 )
Per motivi tecnici mi sono provvisoriamente trasferito sul sito Millennio Urbano che (tra l'altro) contribuisco a rilanciare dopo un periodo di transizione -->
Bottini, Fabrizio
( 08.09.2013 10:07 )
Da un paio di secoli l'umanità cerca di misurarsi in con la gigantesca ameba metropolitana scatenata dai cicli di industrializzazione: urbanisti, sociologi, scrittori, ora un regista. Ma la cultura italiana mica ci arriva
-->
Barzi, Michela
( 26.08.2013 09:34 )
Le diffidenze leghiste per le diversità si manifestano naturalmente con maggiore evidenza là dove il partito governa e imperversa. Ma si tratta di una cultura pervasiva, per nulla limitata a quei territori e probabilmente neppure limitata a quell'area politica, pronta a ripresentarsi in diversi contesti -->
( 22.08.2013 19:29 )
Gli spazi simbolo del ceto medio e dei suoi consumi opulenti, diventano sacche di disagio, come dimostra il compendio di ricerche della Brookings Institution sintetizzate in un volume. Il problema è di superare la logica di questo tipo di espansione urbana, e tornare a un modello integrato di città. Dalla rivista universitaria Knowledge Wharton, agosto 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 20.08.2013 18:49 )
La globalizzazione significa soprattutto (che piaccia o meno) essere ineluttabilmente inseriti in un flusso di decisioni interrelate: la tutela delle coste nella nostra bagnarola mediterranea, per esempio -->
Eisenberg, Richard
( 10.08.2013 10:28 )
Recensionee intervista su uno dei tanti libri americani dedicati a una questione che dovrebbe però interessare molto di più anche il resto del mondo: l'immaginario collettivo sull'abitare e i suoi risvolti sociali e ovviamente ambientali. Di fatto ci sono intere generazioni cresciute nel mito antiurbano, che deve essere in qualche modo superato, insieme al tipo di consumi che si porta dietro. Forbes, 9 agosto 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 21.07.2013 09:45 )
C'è sempre qualcosa di affascinante, e al tempo stesso inquietante, nel modo in cui ci adattiamo, o proviamo a adattarci, ai mutamenti ambientali del mondo che ci circonda. Specie quando si tratta di trasformazioni consapevolmente indotte da altri, per motivi affatto umanitari -->
Bottini, Fabrizio
( 16.07.2013 08:35 )
Oltre a dire qualcosa di sinistra, come auspicano e chiedono in tanti da troppo tempo, c'è anche un'altra possibilità: quella di fare concretamente, qualcosa di sinistra, ovvero mettere in pratica e verificare gli alti principi. C'è qualche vago segnale in questo senso, basta guardarlo -->
Bottini, Fabrizio
( 11.07.2013 08:13 )
Che fare quando le migliori (e celebrate) idee si dimostrano carenti? Negare l'evidenza, oppure provare a rifletterci sopra davvero, cercando di capire se e dove esiste qualcosa di sbagliato nel modello, o nella nostra interpretazione? -->
Hetherington, Peter
( 03.07.2013 13:12 )
Un urbanista americano, curiosamente noto soprattutto per essere stato preso a pugni da una contestatrice durante un'assemblea pubblica, ha anche parecchio altro da dire sulla professione, e il ruolo nella città e la società. The Guardian, 2 luglio 2013 (f.b.) -->
Bottini, Fabrizio
( 29.06.2013 10:53 )
C'è qualcosa che non torna nell'entusiasmo da un lato per tutte le possibili tecnologie smaterializzanti dell'universo, dall'altro nel permanere di una cultura degli spazi a dir poco novecentesca, industriale, segregata. Quanto c'è di malafede, e quanto di ignoranza? -->
Bottini, Fabrizio
( 28.04.2013 09:12 )
Il successo dei progetti di trasformazione urbana, come suggerisce il buon senso, dipende dal loro essere urbani, inseriti in un contesto ampio con cui entrano in sinergia. Ma il peggior cieco è chi non vuol vedere ciò che gli sta attorno -->
Walker, Alissa
( 02.04.2013 19:44 )
Vivere e camminare a Los Angeles, senza un'automobile, è compatibile con un'esistenza umana. Figuriamoci qui da noi. Los Angeles Magazine, 29 marzo 2013 -->
Vitullo-Martin, Julia
( 30.03.2013 19:30 )
I problemi insediativi, ambientali, socioeconomici, di qualità della vita, e infine politici, posti dal nuovo ruolo del cibo nella metropoli del terzo millennio. Non è il caso, come intuito in fondo dall'Expo milanese, di porre al centro la questione? Spotlight on the Region, marzo 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 30.03.2013 08:50 )
È passato più di un secolo da quando i futuristi volevano spazzar via tutta l'anticaglia che faceva da zavorra al progresso umano, e nel frattempo si è capito che non tutto è anticaglia e non tutto è zavorra. Però adesso un po' si esagera, in tutto il mondo, con le ideologie antimoderniste su misura -->

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