0 0 0
0
0 0 0 0 0 0
0


Mall International (in English)
0
0 > Sito di Fabrizio Bottini > Città > Spazi della dispersione

Costruire case o speculare? That’s the question!
Data di pubblicazione: 18.11.2011

Autore:

In epoca di crisi tutti i governi si sbracciano a favore del rilancio del settore edilizio, ma anche qui il trionfo dell’economia finanziaria si fa sentire forte e chiaro, a intorbidare le acque anche nei paesi con più tradizione e trasparenza. Il caso britannico

Se ne sono accorti, ed era ora, anche alcuni ministri del governo di coalizione britannico, presieduto dall’ineffabile bravo ragazzo David Cameron: con la scusa della crescita, dello stimolo all’economia stagnante e compagnia bella, se ne raccontano di tutti i colori anche sullo sviluppo sostenibile. In fondo dalle nostre parti si è anche abituati, ad ascoltare certe promesse sulla cosiddetta “misura d’uomo” che poi quasi sempre si rivela una cortina fumogena a nascondere interessi particolari, progetti vetrina senza capo né coda, semplici imbiancature di sepolcri senza alcun contenuto ambientale serio. Ma nel paese che ha inventato l’urbanistica moderna proprio con l’obiettivo di equilibrare interesse collettivo, profitto, equità, capitalismo, la cosa salta molto di più all’occhio. Una riforma urbanistica che nega i principi dell’urbanistica la notano tutti. Anche i ministri, appunto.

Un pochino ci aveva già provato, in questo senso, il precedente governo laburista di Gordon Brown, con il programma delle cosiddette eco-città, che si dichiaravano sostenibili, pensate su misura per combattere il cambiamento climatico, insomma davvero a misura d’uomo per usare il nostro gergo assessorile. Ma poi all’atto pratico si sono rivelate per quello che erano: grandi progetti di costruzioni in mezzo alla campagna, dove le pur avanzate (nelle intenzioni esplicite) tecnologie e forme di gestione vedevano qualunque avanzamento ambientale azzerato dal vizio di fondo: andavano a occupare aree greenfield di campagna, lontane dalle infrastrutture esistenti, e quindi ne richiedevano di nuove. Alle case sostenibili si dovevano affiancare strade e parcheggi assai meno sostenibili, che impermeabilizzavano ulteriormente il suolo, e innescavano naturalmente il ciclo dell’automobile, fabbrica di emissioni, di nuovi insediamenti dispersi ecc. ecc.

Adesso arriva la riforma generale del sistema di decisione urbanistica dei conservatori, o almeno del pensiero economico conservatore, tendente a considerare qualunque vincolo al mercato come un fastidio. E succede che credendo di dare un colpo alla botte e un altro al cerchio qualche brillante funzionario del Tesoro abbia inserito nelle linee guida il concetto di “priorità dello sviluppo sostenibile” sperando che potesse suonare come la vaga “misura d’uomo” di cui sopra. Perché cosa poi sia sostenibile non lo spiega nessuno. Quindi dovrebbe coerentemente deciderlo il mitico mercato? Pare proprio di si, e il solo pensiero ha fatto rabbrividire esattamente l’elettorato conservatore, e i suoi ministri rappresentanti, soprattutto quando si è capito l’obiettivo della semplificazione delle regole. Come successo con le eco-città di Brown, di nuovo si parla di costruire case, ma in realtà si intende rendere edificabili e quindi di maggior valore tanti terreni.

La cosa è evidente se si osserva il documento di linee guida con un po’ di attenzione. L’hanno fatto ad esempio i conservazionisti della Campaign to Protect Rural England (CPRE). Scoprendo due forzature/fregature correlate: prima si introduce lo sviluppo sostenibile senza dire cosa esattamente sia, e poi visto che si ritiene di aver risolto tutto in quel modo si abolisce una regola, ovvero quella dei brownfield, le aree già urbanizzate, lasciando campo libero alla trasformazione dei greenfield, gli spazi aperti. È sempre stata, in un modo o nell’altro, una regola base almeno teorica nel mondo anglosassone, quella del limite della città costruita, a partire dalla cultura della greenbelt, che al tempo stesso tutela la campagna e impedisce la conurbazione. Nei tempi più recenti, e nella prospettiva di una sostenibilità non solo dichiarata, si è introdotto (ad esempio nel documento curato anni fa da Richard Rogers) il criterio di privilegiare le trasformazioni in aree urbane, centrali o comunque già trasformate e parzialmente servite.

Ad esempio le classiche aree dismesse industriali, ferroviarie, militari, che spiccano spesso come enormi vuoti inutilizzati dentro al tessuto urbano e metropolitano. E dove, calcola un puntuale recentissimo documento CPRE, c’è spazio per costruire rispondendo al fabbisogno di nuove abitazioni per almeno dieci anni. Ovvero: volete rilanciare il settore edilizio, per rispondere sia alle necessità di rilancio economico che alle necessità delle famiglie di trovarsi casa? Potete farlo tranquillamente, per dieci anni, solo nelle aree che le rilevazioni attuali confermano come brownfield, che così tra l’altro saranno bonificate, riqualificate, aumenteranno il valore urbano di tutto quanto ci sta attorno. Invece una parte del governo conservatore ha preferito ascoltare le sirene di certi sviluppisti a senso unico, ed eliminare il vincolo, scatenando moltiplicati per cento i medesimi appetiti che si erano già visti con il governo laburista: nuove costruzioni nelle campagne, e tanti saluti al recupero delle superfici dismesse. Che ovviamente presentano problemi tecnici e culturali diversi, più complessi. Tanto più facile la tabula rasa di una bella ex tenuta di campagna, pronta da lottizzare, e farsi servire da una bretella autostradale ad hoc, pagata dal contribuente.

Ma la medesima cultura, per nulla progressista va detto, che nel tempo ha consolidato una specie di sacralità della greenbelt e delle aree rurali come simbolo di identità nazionale (a differenza di paesi come l’Italia, dove la campagna ha una immagine ancora un po’ legata alla povertà), ha reagito attraverso i ministri non economici del governo Cameron, come prima si era espressa attraverso le opinioni del National Trust. Nel caso specifico dei politici, c’è anche la componente localistica ed elettorale. In effetti risulta piuttosto difficile per chi è eletto in collegi con una forte componente conservatrice di campagna, promuovere poi norme che vanno immediatamente a negarla, ad esempio consentendo che quella collina o quel paesaggio tradizionale se non specificamente tutelato vengano spazzati via da un quartiere residenziale, magari travestito goffamente di materiali locali o pannelli solari.

Insomma si conferma che una discreta cultura del planning e della sostenibilità, anche in ambienti non necessariamente progressisti, rappresenta almeno un argine agli eccessi della cultura dell’emergenza e del profitto speculativo facile. Volete rilanciare il settore edilizio? C’è un modo sicuro e produttivo, che sono le aree dismesse, di cui il paese letteralmente trabocca, e che da sole rappresentano un gigantesco laboratorio di innovazione tecnologica e organizzativa, in grado di far crescere tutti i settori (energetico, trasportistico ecc.) più avanzati legati all’edilizia. C’è invece un modo inutilmente dannoso alle stesse politiche ambientali di cui si afferma di essere favorevoli, come il risparmio di petrolio, o la lotta al cambiamento climatico.

Certo, da parte dei ministri conservatori c’è solo la reazione (un progressista potrebbe ironicamente osservare: sono dei reazionari, no?) spontanea a qualcosa che mina la loro identità e consenso elettorale. E da parte della CPRE lo svolgimento del proprio ruolo di difensore di certa ortodossia ruralista, da gentiluomini di campagna d’altri tempi, privi di contatto con le necessità di crescita sociale.
Ma non si può negare che esista un abisso, fra un dibattito del genere e la cultura dei nostrani piani casa, o di certe opere pubbliche (le autostrade in prima fila) dove non solo le campagne, ma la qualità della vita di immensi territori sono spazzate via con un sorrisetto di compatimento da sedicenti grandi strateghi della crescita. E forse un pochino di colpa ce l’hanno anche le discipline del territorio, da sempre troppo chiuse nella torre d’avorio della sedicente “obiettività della scienza”, che significa spesso poca voglia di comunicare con la società di instaurare rapporti solo gerarchici. Speriamo che le cose possano cambiare, ma non ci contiamo molto, almeno in tempi brevi.

Per una descrizione delle più recenti polemiche britanniche faccio rifermento all’articolo di Andrew Grice su The Independent 18 novembre 2011. Il documento CPRE sui brownfields, interessante anche per il metodo, che potrebbe proficuamente applicarsi ad altri contesti incluso quello italiano, lo allego direttamente di seguito in pdf. La documentazione sia sul caso delle eco-città che su quello della riforma urbanistica inglese abbonda, sia su queste pagine che su quelle "cugine" di eddyburg.


File allegati

CPRE Brownfields autunno 2011 ( Building_in_a_small_island.pdf 709.87 KB )







0

Il sito di Edoardo Salzano
0
Bottini, Fabrizio
( 28.04.2013 09:12 )
Il successo dei progetti di trasformazione urbana, come suggerisce il buon senso, dipende dal loro essere urbani, inseriti in un contesto ampio con cui entrano in sinergia. Ma il peggior cieco è chi non vuol vedere ciò che gli sta attorno -->
Walker, Alissa
( 02.04.2013 19:44 )
Vivere e camminare a Los Angeles, senza un'automobile, è compatibile con un'esistenza umana. Figuriamoci qui da noi. Los Angeles Magazine, 29 marzo 2013 -->
Vitullo-Martin, Julia
( 30.03.2013 19:30 )
I problemi insediativi, ambientali, socioeconomici, di qualità della vita, e infine politici, posti dal nuovo ruolo del cibo nella metropoli del terzo millennio. Non è il caso, come intuito in fondo dall'Expo milanese, di porre al centro la questione? Spotlight on the Region, marzo 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 30.03.2013 08:50 )
È passato più di un secolo da quando i futuristi volevano spazzar via tutta l'anticaglia che faceva da zavorra al progresso umano, e nel frattempo si è capito che non tutto è anticaglia e non tutto è zavorra. Però adesso un po' si esagera, in tutto il mondo, con le ideologie antimoderniste su misura -->
Bottini, Fabrizio
( 29.03.2013 09:10 )
Il degrado ambientale sta iniziando a produrre, forse ha già prodotto, anche un degrado dell'ambientalismo, ridotto a vago istinto animale che si compiace della propria idiozia rotolandosi da qualche parte, beatamente ignaro di quanto gli accade attorno -->
Jenkins, Simon
( 27.03.2013 08:27 )
In materia di territorio un colpo al cerchio e uno alla botte, improvvisando nel conciliare le spinte distorte del mercato e un consenso a breve termine, combina guai. Purtroppo eterni e irreversibili. The Guardian, 27 marzo 2013 -->
Miller, Sarah
( 24.03.2013 21:14 )
Ci volevano sofisticate apparecchiature di misura per scoprire l'impalpabile ma storica superiorità del biscotto bagnato rispetto a quello asciutto: finalmente un esperimento utile all'umanità tutta! Grist, 22 marzo 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 24.03.2013 19:49 )
Quando si parla di agricoltura di prossimità, infrastrutture verdi, orti di quartiere, più in generale di natura in città, l'importante è intendersi sui termini e gli obiettivi ragionevoli: se vogliamo qualche genere di rapporto economico con la produzione alimentare, scordiamoci il bifolco curvo sul solco -->
Bottini, Fabrizio
( 18.03.2013 09:49 )
Un incredibile studio, naturalmente con tutti i crismi metodologici (e figuriamoci) e di sistematicità di questo genere di ricerche, porta acqua al più stravagante e fazioso dei mulini: chi mette in discussione il pensiero dominante in termini di trasformazioni territoriali non è sano di mente -->
Bottini, Fabrizio
( 17.03.2013 20:06 )
Ovunque nel mondo, con ovvie variabili locali legate alla situazione di mercato e all'evoluzione socioeconomica, si sta affermando una sorta di fase due dell'urbanizzazione, che punta al riuso o generale ripensamento delle superfici metropolitane esistenti, anziché ad alimentare lo sprawl -->
Bottini, Fabrizio
( 15.03.2013 08:34 )
C'è una discrasia inquietante, fra ciò che si tocca con mano, fra i segnali quotidiani, e la discussione altrettanto concreta e quotidiana. Da un lato tutti a parlare di flussi virtuali e città galleggiante sugli elettroni, dall'altro un mercato del lavoro e della casa preistorico -->
Dobson, Roger
( 11.03.2013 04:55 )
Sempre più ricerche sistematiche e verifiche incrociate dimostrano come la favola del topo di campagna e di quello di città sia del tutto realistica: tutti gli animali modificano radicalmente i propri stili di vita e comportamento sociale in ambiente urbano. The Independent, 10 marzo 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 10.03.2013 08:51 )
Aumentano e si sviluppano su diverse angolazioni le politiche urbane internazionali favorevoli all'uso della bicicletta come mezzo di trasporto corrente quotidiano, ma resta aperto un problema di fondo: è sufficiente puntare solo su questo aspetto dello stile di vita? Non c'è qualcos'altro? -->
Bottini, Fabrizio
( 07.03.2013 09:51 )
Nel mondo ci si interroga sull'urbanizzazione crescente, per il consumo di suolo, ma poi la stampa (disinformata?) decanta "innovazioni" piccole ma micidiali, come gli alberghi Ikea -->
Stelfox, Dave
( 04.03.2013 10:29 )
I simboli sono importanti, ma non dimentichiamoci dell'azione diretta, specie se nasce dalla medesima spinta e coi medesimi contenuti. Un popolo di sfrattati dalle proprie case occupa i metri cubi della speculazione immobiliare e finanziaria, producendo una nuova simbologia: The Guardian, 4 marzo 2013 -->

Chi fa Eddyburg | Copyright e responsabilità | Sostenere Eddyburg | Chi sostiene Eddyburg