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La misura d’uomo è facile da taroccare
Data di pubblicazione: 03.12.2011

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L’urbanistica è politica, esprime i valori profondi di una società, e così è anche sintomo di sommovimenti: la riforma britannica e il trionfo di certa economia, che considera evidentemente anche la vita come indebito ostacolo al luminoso progresso … di cosa?

In questi giorni, sui nostri quotidiani e notiziari, dalla Gran Bretagna rimbalzano soprattutto le notizie sui giganteschi scioperi indotti dalle scelte “anticrisi” del governo di coalizione, dal mettere le mani avanti rispetto a una possibile crisi della moneta unica europea, e in generale sulle politiche per rispondere ai rischi di recessione. Forse segno dei tempi, o anche di un certo modo di concepire l’informazione, chissà, la mancata sottolineatura di quanto, forse più degli Usa, il caso britannico possa per pura vicinanza fisica e culturale, anticipare ed esplicitare ancor meglio certe possibili tendenze future anche nel resto dell’Unione. Di particolare interesse alcuni contenuti del cosiddetto Autumn Statement. (relazione generale biennale di bilancio e programmazione su un arco quinquennale) presentato l’altro ieri dal Cancelliere dello Scacchiere, George Osborne. Ad esempio i passaggi sulla riforma urbanistica e la casa, pp. 34-35.

Esplicito più che mai l’incipit: la riforma del sistema di decisioni sul territorio avrebbe come finalità centrale quello di superare “un regime che può rallentare i progetti infrastrutturali e accrescerne significativamente i costi”. Non è un estratto a caso, una citazione avulsa dal contesto, perché è lo sbocco di un percorso abbastanza lungo, iniziato già coi governi laburisti, quando avevano affidato la riforma all’economista Kate Barker. Certo, dato che nonostante tutto esistono ancora delle belle differenze fra destra e sinistra, la logica di Tony Blair e Gordon Brown si muoveva (o solo pareva muoversi?) su due piani complementari: da un lato il ruolo del governo delle trasformazioni territoriali, di assicurare un giusto equilibrio fra tutela, ambiente, sviluppo, dall’altro la pur innegabile necessità di adeguare i tempi e i modi della decisione alle rapide evoluzioni economiche determinate dalla globalizzazione, ad esempio le modernizzazioni infrastrutturali. Ma con il governo conservatore-liberaldemocratico si fa un lungo passo più in là, e il binario diventa solo uno.

La parola chiave è quella, apparentemente indiscutibile, della “sostenibilità”. Ma, come più volte sottolineato anche su queste pagine, il documento guida della riforma urbanistica, il National Planning Policy Framework, con un doppio salto mortale ideologico mette al centro le trasformazioni territoriali sostenibili, e poi un orientamento “pregiudizialmente favorevole” degli uffici pubblici rispetto a tali trasformazioni. Senza specificare poi cosa diavolo voglia dire sostenibilità, e anzi insinuando spesso e volentieri quanto il fattore “sociale” (leggi: economico) debba avere un peso determinante tanto quanto quello ambientale o energetico. Il dibattito, anche aspro, fra il governo e le associazioni ambientaliste, non a caso National Trust e CPRE in testa, aveva fatto emergere implicitamente un tendenza chiara: la sostenibilità si applica prevalentemente a ciò che è dimostratamente intoccabile: paesaggi e complessi in cui affonda l’identità nazionale, risorse dichiaratamente strategiche ecc. Ora, col discorso di bilancio di Osborne, i medesimi orientamenti si inquadrano in una ancor più sinistra nuova luce, dove il peso di TINA, there is no alternative,cresce spropositatamente.

Quale è il compito che il vero regista della politica nazionale, il superministro Osborne, affida alla riforma urbanistica? Rimuovere gli ostacoli a tutte le trasformazioni che gli interessi economici del paese – in una prospettiva liberista spesso appiattiti su quelli dei grandi elettori e lobbies – ritengono strategiche, o riescono a imporre come tali. Grandi infrastrutture, impianti energetici, ma anche in un’epoca di emergenza abitativa (più o meno leggibile, come dimostrano le polemiche sulle aree urbane dismesse) le new town già ricominciate da Gordon Brown, anche qui col loro corollario di infrastrutture “minori” di trasporto, o nuovo decentramento produttivo. Spesso verniciate di verde brillante, al pari di certi megaprogetti terzomondiali, con l’introduzione di approcci di per sé innovativi, dal solare alla gestione delle acque, ma del tutto scavalcati dagli impatti ambientali del consumo di suolo, delle emissioni indotte ecc.

Pare corretto quindi che, dopo alcune polemiche giuste ma prevalentemente “settoriali” della stampa, sul Guardian del 1 dicembre, George Monbiot non solo nomini ufficialmente il Cancelliere dello Scacchiere “Nemico delle campagne e amico della rendita”, ma sottolinei quanto disprezzo emerga dalle considerazioni sulle cosiddette grandi strategie economiche, per la vita in generale, che si tratti di quella dei lavoratori con stipendi da fame, dei cittadini sballottati dalle trasformazioni, di quella vegetale e animale, tutte ridotte a variabile dipendente del profitto. Aggiunge oggi 2 dicembre Michael McCarthy su The Independent che Osborne è il “Nuovo nemico del movimento ambientalista”, perché praticando tecniche del resto ben note anche agli italiani, da un lato fa sommergere l’opinione pubblica dai comunicati stampa sull’impegno per la sostenibilità, le fonti alternative, il contenimento degli impatti, ma poi in pratica apre e chiude il capace borsellino in direzione esattamente opposta.

Per non farla tanto lunga, rinviando come sempre alle “puntate successive” eventuali aggiornamenti, è sicuramente il caso di sottolineare che questa della “compatibilità economica” delle riforme legislative, specie se riguardano ambiente e territorio, è la principale chiave di lettura per distinguere veri tentativi di modernizzazione di leggi a volte davvero obsolete e di ostacolo all’innovazione, da pure e semplici abolizioni di ostacoli al dilagare degli interessi particolari. E potrebbe anche, questa, essere la prospettiva di osservazione di alcune scelte imminenti del governo tecnico italiano, sulle grandi infrastrutture, sulla tutela del territorio, e sulla vagamente ventilata “legge urbanistica” nazionale. Ci siamo fortunatamente persi un “semplificatore” legislativo in dichiarata malafede come Calderoli, vediamo di non sostenerne improvvidamente altri che si ispirano, come vuole la moda, allo stile british, che non ha nulla a che vedere coi cappotti di loden o le scarpe comode.

L'evoluzione della riforma del planning britannico è stata seguita anche sulle pagine di eddyburg/esperienze straniere









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Il sito di Edoardo Salzano
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Bottini, Fabrizio
( 08.10.2013 09:04 )
Per motivi tecnici mi sono provvisoriamente trasferito sul sito Millennio Urbano che (tra l'altro) contribuisco a rilanciare dopo un periodo di transizione -->
Bottini, Fabrizio
( 08.09.2013 10:07 )
Da un paio di secoli l'umanità cerca di misurarsi in con la gigantesca ameba metropolitana scatenata dai cicli di industrializzazione: urbanisti, sociologi, scrittori, ora un regista. Ma la cultura italiana mica ci arriva
-->
Barzi, Michela
( 26.08.2013 09:34 )
Le diffidenze leghiste per le diversità si manifestano naturalmente con maggiore evidenza là dove il partito governa e imperversa. Ma si tratta di una cultura pervasiva, per nulla limitata a quei territori e probabilmente neppure limitata a quell'area politica, pronta a ripresentarsi in diversi contesti -->
( 22.08.2013 19:29 )
Gli spazi simbolo del ceto medio e dei suoi consumi opulenti, diventano sacche di disagio, come dimostra il compendio di ricerche della Brookings Institution sintetizzate in un volume. Il problema è di superare la logica di questo tipo di espansione urbana, e tornare a un modello integrato di città. Dalla rivista universitaria Knowledge Wharton, agosto 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 20.08.2013 18:49 )
La globalizzazione significa soprattutto (che piaccia o meno) essere ineluttabilmente inseriti in un flusso di decisioni interrelate: la tutela delle coste nella nostra bagnarola mediterranea, per esempio -->
Eisenberg, Richard
( 10.08.2013 10:28 )
Recensionee intervista su uno dei tanti libri americani dedicati a una questione che dovrebbe però interessare molto di più anche il resto del mondo: l'immaginario collettivo sull'abitare e i suoi risvolti sociali e ovviamente ambientali. Di fatto ci sono intere generazioni cresciute nel mito antiurbano, che deve essere in qualche modo superato, insieme al tipo di consumi che si porta dietro. Forbes, 9 agosto 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 21.07.2013 09:45 )
C'è sempre qualcosa di affascinante, e al tempo stesso inquietante, nel modo in cui ci adattiamo, o proviamo a adattarci, ai mutamenti ambientali del mondo che ci circonda. Specie quando si tratta di trasformazioni consapevolmente indotte da altri, per motivi affatto umanitari -->
Bottini, Fabrizio
( 16.07.2013 08:35 )
Oltre a dire qualcosa di sinistra, come auspicano e chiedono in tanti da troppo tempo, c'è anche un'altra possibilità: quella di fare concretamente, qualcosa di sinistra, ovvero mettere in pratica e verificare gli alti principi. C'è qualche vago segnale in questo senso, basta guardarlo -->
Bottini, Fabrizio
( 11.07.2013 08:13 )
Che fare quando le migliori (e celebrate) idee si dimostrano carenti? Negare l'evidenza, oppure provare a rifletterci sopra davvero, cercando di capire se e dove esiste qualcosa di sbagliato nel modello, o nella nostra interpretazione? -->
Hetherington, Peter
( 03.07.2013 13:12 )
Un urbanista americano, curiosamente noto soprattutto per essere stato preso a pugni da una contestatrice durante un'assemblea pubblica, ha anche parecchio altro da dire sulla professione, e il ruolo nella città e la società. The Guardian, 2 luglio 2013 (f.b.) -->
Bottini, Fabrizio
( 29.06.2013 10:53 )
C'è qualcosa che non torna nell'entusiasmo da un lato per tutte le possibili tecnologie smaterializzanti dell'universo, dall'altro nel permanere di una cultura degli spazi a dir poco novecentesca, industriale, segregata. Quanto c'è di malafede, e quanto di ignoranza? -->
Bottini, Fabrizio
( 28.04.2013 09:12 )
Il successo dei progetti di trasformazione urbana, come suggerisce il buon senso, dipende dal loro essere urbani, inseriti in un contesto ampio con cui entrano in sinergia. Ma il peggior cieco è chi non vuol vedere ciò che gli sta attorno -->
Walker, Alissa
( 02.04.2013 19:44 )
Vivere e camminare a Los Angeles, senza un'automobile, è compatibile con un'esistenza umana. Figuriamoci qui da noi. Los Angeles Magazine, 29 marzo 2013 -->
Vitullo-Martin, Julia
( 30.03.2013 19:30 )
I problemi insediativi, ambientali, socioeconomici, di qualità della vita, e infine politici, posti dal nuovo ruolo del cibo nella metropoli del terzo millennio. Non è il caso, come intuito in fondo dall'Expo milanese, di porre al centro la questione? Spotlight on the Region, marzo 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 30.03.2013 08:50 )
È passato più di un secolo da quando i futuristi volevano spazzar via tutta l'anticaglia che faceva da zavorra al progresso umano, e nel frattempo si è capito che non tutto è anticaglia e non tutto è zavorra. Però adesso un po' si esagera, in tutto il mondo, con le ideologie antimoderniste su misura -->

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