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Mall International (in English)
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Sognare la California, e sognarla urbana
Data di pubblicazione: 13.12.2011

Autore:

Basta fare due conti, leggere le tendenze socioeconomiche, compararle alle decisioni politiche già assunte e consolidate, e dal cappello salta fuori il coniglio: è il mercato a chiedere più città. E però come ben sappiamo a molti la legge della domanda e dell’offerta dà parecchio fastidio

Qualche settimana fa, per i soliti motivi imperscrutabili, uno dei massimi ispiratori di certe politiche pubbliche italiane ha “scoperto” l’esistenza dei singles. Alla buon’ora si potrebbe osservare, così i suoi numerosi seguaci cominceranno a smetterla di leggere compassati anche i dati censuari coi paraocchi, e iniziare a dare risposte serie a una domanda di spazi, servizi, opportunità sinora rimasta sepolta dalla retorica soffocante della famiglia nucleare pigliatutto. Che forse sarà cara a certa retorica parrocchiale, quella appunto della casa famiglia bottega territorio locale, ma che ha ormai prodotto evidentemente troppi danni per risultare ancora sostenibile in quanto religione assoluta. Del resto, che questi difensori della famiglia ideologica e vagamente mafiosa ragionassero in malafede era cosa nota da tempo. Basta pensare ai family day con le sfilate penose di pluridivorziati, o più recentemente alle esasperate rivendicazioni delle donne di Se Non Ora Quando? per capire a che punto di assurdità si sia arrivati giusto nella difesa estrema di alcuni interessi. Non più legittimi. E se mai lo sono stati, beh, hanno fatto il loro tempo.

Ma perché esiste tutta questa rigidità, attorno a una struttura sociale che nei fatti pare sparita, almeno nelle forme che certa pubblicistica continua a riproporci? Qui alla malafede e agli interessi naturalmente si affianca una constatazione ovvia: attorno a quel modello si è costruito un mondo intero, e insomma non è facile da un momento all’altro disfarsene come si fa di un vecchio paio di calzini bucati. Basta fare l’esempio dell’organizzazione mercato territorio produzione consumo: tutto lì viene modulato esattamente in funzione di quel tipo di modello standard, e bastano pochissimi esempi concatenati per ricordarcelo: il maschio capofamiglia che ha bisogno del suo complemento femminile casalinga anche per fare carriera, ad esempio organizzando eventi sociali. Devono avere uno o due figli, e quindi reddito a sufficienza per mantenerli a scuola, e questo garantisce rapporti equilibrati con le altre famiglie dei colleghi d’ufficio, quando arriveranno per la grigliata o il dopocena o la festa di compleanno. E qual è il luogo ideale per fare tutte queste cose? Indovinato! La villetta unifamiliare, dal cui antenato contemporaneo, il cottage anglosassone immerso nel verde dei quadri ottocenteschi, tutto partì tanto tempo fa.

Ma come ci ripetono da decenni il mondo è cambiato, si è globalizzato, circolano capitali e idee, circolano tanto forte da produrre un effetto frullatore dentro al quale si è rimescolata parecchio anche quell’idea di famiglia fatta di maschio capobranco con squaw e cuccioli al seguito, dotato di autonoma caverna da difendere con la clava, e da cui allontanarsi rigorosamente su quattro ruote. Serpeggia il panico nel mondo della produzione industriale: dove andranno a finire il mercato di massa delle lavatrici e congelatori da due metri cubi, l’editoria specializzata nel distrarre le casalinghe disperate, i giochini individuali per adolescenti soli in cameretta, finché la mamma non li accompagna sul Suv al campo di calcio distante rigorosamente venti chilometri? Davvero un bel problema, e di soluzione piuttosto difficile a giudicare dallo schieramento di forze messo in campo da lustri, a sostenere l’insostenibile, ovvero che There Is No Alternative al cosiddetto Sogno Americano. Anche quando si tratta, da qualunque punto di vista, di una specie di incubo.

L’ultima prova di questa estrema difficoltà è il rapporto pubblicato questo dicembre 2011 nella culla storica del modello, il Golden State, l’orizzonte ultimo delle nuove frontiere moderne, terra di avventure e occasioni, la California. In occasione del suo settancinquesimo anniversario, l’associazione costruttori progressisti Urban Land Institute, propone a firma di Arthur C. Nelson The new California Dream: how demographic and economic trends can shape the housing market. A land use scenario for 2020 and 2035. Ci vuole davvero, il chilometrico titolo, per ripararsi da certi strali reazionari. Dato che qui, tabellina dopo tabellina, dati rigorosamente statistici, di frontiera se ne traccia davvero una nuova, ovvero la data di scadenza del sogno villettaro americano, e proprio nella sua patria.

Cosa sta succedendo, insomma? Cose abbastanza note, come la popolazione mediamente più anziana (aumenta l’età grazie alle migliori cure, e si fanno meno figli), e cambia l’organizzazione sociale con una maggiore mobilità spaziale e di redditi, nonché la composizione etnica e relative abitudini e valori. Complessivamente, questi dati si possono ricondurre, dal punto di vista di chi produce edilizia e trasformazioni urbanistiche, residenziale e non, a uno spostamento di domanda, dalla prevalenza della casa unifamiliare con grande giardino, a modelli più vicini a quelli composti della città multifunzionale. Questa di per sé non sarebbe una notizia affatto sconvolgente, se non fosse per l’ostinazione pregressa contro cui si è scontrata da lustri qualunque idea non canonica di sviluppo territoriale. È infatti successo, come naturale, che queste trasformazioni si manifestassero abbastanza evidenti in termini di tendenza, anche in altre rilevazioni, ma fossero puntualmente ignorate dagli operatori, aggrappati magari pure in buona fede (tanto per non essere cattivi) alla speranza che il loro modus operandi standard continuasse ad essere valido in eterno.

Difficile rinunciare a una gallina dalle uova d’oro, anche quando altre galline, come ad esempio quella Galina Tachieva autrice dello Sprawl Repair Manual, avvertono che il settore dovrebbe innovare, apparentemente senza nulla perdere anzi guadagnandoci, e orientandosi verso la riqualificazione, la densificazione, il riuso dell’esistente. Il fatto è che anche la trasformazione urbanistica fa parte di un modello di sviluppo più ampio, ed è quello a doversi riorientare, prima di tutto. Lo comprende bene l’autore del New California Dream quando cita le due leggi fondamentali sulla sostenibilità fatte approvare nel mandato Schwarzenegger: il Global Warming Solutions Act del 2006, e l’SB 375 del 2008. Dove si fissano dei principi apparentemente piuttosto vaghi per un osservatore superficiale, come le emissioni di gas serra, il contributo al riscaldamento globale, l’inquinamento, ma poi si indicano precisamente gli ambiti da cui derivano tutti i guai. Ambiti che quindi vanno modificati, volenti o nolenti.

Quello della dispersione urbana, valanghe di studi scientifici alla mano, spicca per rilevanza come vera e propria fabbrica di emissioni. È qui che si generano gran parte degli spostamenti automobilistici coatti che bruciano benzina, dal pendolarismo casa lavoro, alla vita nomade da una funzione all’altra su lunghissime distanze per servizi e tempo libero, al sistema di produzione e distribuzione alimentare e di altri prodotti essenziali che rende possibile la vita in quello che Robert Fishman trent’anni fa chiamava orgogliosamente tecnoburbio. Beh, adesso si scopre che quella, parafrasando Lewis Mumford, era proprio paleo-tecnica, da superare ad esempio sfruttando al meglio le possibilità delle tecnologie dell’informazione, ma anche recuperando alcune vecchie glorie, come gli spostamenti a piedi e coi mezzi pubblici. Naturalmente per spostarsi a piedi o coi mezzi pubblici ci sono molti modi possibili: un’ordinanza militare da applicare in punta di baionetta, oppure favorire le tendenze già in atto, contando sulla superiorità del modello di offerta alternativo.

Il rapporto Urban Land Institute sceglie decisamente (come potrebbe fare altrimenti?) la seconda ipotesi, spiegando che il cosiddetto mercato tradizionale si è spaventosamente sbilanciato negli ultimi anni, producendo un’offerta di spazi per la famiglia nucleare da american dream di molto superiore alla domanda reale. Quelle lottizzazioni di villette, con relativi centri commerciali ecc. insomma già ci sono, e coprono l’intero fabbisogno abitativo della prossima generazione nelle principali aree metropolitane dello Stato, appunto dove si prevede il massimo dello sviluppo e della crescita economica. Le trasformazioni edilizie dovrebbero adesso orientarsi in massa verso la ricostruzione in senso sostenibile, sia di singoli edifici e quartieri, sia di aree urbane in senso lato, per adattarsi ai nuovi modelli di vita che chiedono minor isolamento familiare, e maggior prossimità funzionale. La parola chiave è la niente affatto rivoluzionaria multi-family. Niente affatto rivoluzionaria un accidente, pensandoci un istante.

Anche qui ci sono modelli estremi e autoritari, da cui rifuggire come dalla peste. È proprio un malinteso schema urbano multi-family, quello del razionalismo applicato meccanicamente dopo la seconda guerra mondiale, ad aver foraggiato la domanda di spazi suburbani individuali a bassa densità, secondo il recupero deviato della città giardino, malamente mescolato allo zoning esclusivo che era stato ideato per altri scopi a cavallo fra i due secoli. Oggi i cantori della villetta del destino hanno spesso facile gioco a evocare gli spaventosi alveari del “modello Shanghai” quando qualcuno parla di densità, o la fragilità e diseconomia dei centri storici, giustamente improponibili come modello di massa. E allora ben venga l’ottima idea di partire non dagli spazi ma da ciò che devono contenere, e del resto anche il razionalismo aveva fatto la stessa cosa col suo uomo ideale. Diciamo edificio multifamiliare allora, o complesso abitativo che senza escludere la casetta isolata abbia un’idea di fondo multifamiliare.

C’è poi l’altro passaggio, quello delle norme di azzonamento non troppo restrittive, a escludere ogni attività di servizio dalle aree residenziali, o il commercio, la produzione se non ha problemi ambientali, ecc. Si tratta di una partita aperta, ma nella quale si sta affermando il medesimo principio: esiste una domanda di più facile accessibilità, e la prima risposta che viene in mente è quella di accorciare le distanze, ovvero almeno di ridurre drasticamente le dimensioni dei quartieri monofunzionali. Anche qui esiste una potenziale domanda “progressista”, stavolta da parte di imprese ed enti erogatori di servizi, legata a diverse organizzazioni del lavoro (decentrato, telelavoro ecc.) per unità locali non gigantesche. Anche se si tratta appunto di qualcosa da capire e orientare adeguatamente: come dimostra l’ultima pensata di Steve Jobs con Norman Foster, è duro a morire il modello del parco uffici suburbano e sottilmente autoritario.

Il solo concetto dell’edificio multifamiliare già apre alla multifunzionalità. Lo capisce anche un cretino che al pianterreno o seminterrato di una villetta non ci può stare altro che il proprietario di quella villetta. Mentre sulla ampia superficie anche di una palazzina da soli tre piani con dodici appartamenti (siamo a mille miglia dagli alveari, può stare senza che nessuno la noti anche in mezzo alle villette) c’è posto per un bar, un ufficio postale, un supermercato di quartiere. Ovvio, è indispensabile sempre tenere nel conto la complessità dei rapporti fra domanda e offerta, come nel caso dei prezzi più alti dei piccoli negozi rispetto al centro commerciale. Ma il centro commerciale lo paga il suo impatto sull’ambiente? Se lo facesse, e probabilmente dovrà farlo prima o poi, tutta la convenienza dello scatolone se ne andrebbe al diavolo. Ma non è il caso di ridiventare ideologici. Bisogna dare tempo al tempo.

La cosa sicura è che da un lato la città densa contemporanea, col suo tenore di vita impossibile, il suo orientamento ormai da un paio di generazioni mirato solo alla produzione-riproduzione, non funziona più. Dall’altro la risposta sistematica del decentramento si è rivelata impraticabile per i suoi impatti ambientali estesi all’intero pianeta. Entrambe queste affermazioni sono indiscutibili, davvero “lo dice il mercato” in senso buono. La via d’uscita forzosa, magari con le migliori intenzioni, non è sicuramente praticabile, ma c’è tutto un mondo che continua a non capirlo, a indicare il baratro senza riconoscere che il ritorno a un misterioso passato felice non interessa a nessuno e nessuno è disposto ad accettarlo. Quello di stabilire dei solidi principi ambientali, scientificamente supportati, e poi agire di conseguenza adattando via via i modelli, anche sulla base di tendenze sociali innegabili, pare un percorso intelligente, democratico, per nulla campato in aria. E spesso basta poco, da cosa nasce cosa, ad esempio dal levarsi le fette di salame dagli occhi.

(scaricabile l’intero rapporto Urban Land Institute)


File allegati

California Dreaming ( California Dream.pdf 2.85 MB )
Rapporto ULI 2011







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Il sito di Edoardo Salzano
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Bottini, Fabrizio
( 08.10.2013 09:04 )
Per motivi tecnici mi sono provvisoriamente trasferito sul sito Millennio Urbano che (tra l'altro) contribuisco a rilanciare dopo un periodo di transizione -->
Bottini, Fabrizio
( 08.09.2013 10:07 )
Da un paio di secoli l'umanità cerca di misurarsi in con la gigantesca ameba metropolitana scatenata dai cicli di industrializzazione: urbanisti, sociologi, scrittori, ora un regista. Ma la cultura italiana mica ci arriva
-->
Barzi, Michela
( 26.08.2013 09:34 )
Le diffidenze leghiste per le diversità si manifestano naturalmente con maggiore evidenza là dove il partito governa e imperversa. Ma si tratta di una cultura pervasiva, per nulla limitata a quei territori e probabilmente neppure limitata a quell'area politica, pronta a ripresentarsi in diversi contesti -->
( 22.08.2013 19:29 )
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Bottini, Fabrizio
( 20.08.2013 18:49 )
La globalizzazione significa soprattutto (che piaccia o meno) essere ineluttabilmente inseriti in un flusso di decisioni interrelate: la tutela delle coste nella nostra bagnarola mediterranea, per esempio -->
Eisenberg, Richard
( 10.08.2013 10:28 )
Recensionee intervista su uno dei tanti libri americani dedicati a una questione che dovrebbe però interessare molto di più anche il resto del mondo: l'immaginario collettivo sull'abitare e i suoi risvolti sociali e ovviamente ambientali. Di fatto ci sono intere generazioni cresciute nel mito antiurbano, che deve essere in qualche modo superato, insieme al tipo di consumi che si porta dietro. Forbes, 9 agosto 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 21.07.2013 09:45 )
C'è sempre qualcosa di affascinante, e al tempo stesso inquietante, nel modo in cui ci adattiamo, o proviamo a adattarci, ai mutamenti ambientali del mondo che ci circonda. Specie quando si tratta di trasformazioni consapevolmente indotte da altri, per motivi affatto umanitari -->
Bottini, Fabrizio
( 16.07.2013 08:35 )
Oltre a dire qualcosa di sinistra, come auspicano e chiedono in tanti da troppo tempo, c'è anche un'altra possibilità: quella di fare concretamente, qualcosa di sinistra, ovvero mettere in pratica e verificare gli alti principi. C'è qualche vago segnale in questo senso, basta guardarlo -->
Bottini, Fabrizio
( 11.07.2013 08:13 )
Che fare quando le migliori (e celebrate) idee si dimostrano carenti? Negare l'evidenza, oppure provare a rifletterci sopra davvero, cercando di capire se e dove esiste qualcosa di sbagliato nel modello, o nella nostra interpretazione? -->
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Un urbanista americano, curiosamente noto soprattutto per essere stato preso a pugni da una contestatrice durante un'assemblea pubblica, ha anche parecchio altro da dire sulla professione, e il ruolo nella città e la società. The Guardian, 2 luglio 2013 (f.b.) -->
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