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La città, gli architetti, e tutti gli altri
Data di pubblicazione: 09.01.2012

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Una recente polemica – ancora in corso – sulla stampa milanese, fra un gruppo di progettisti e il sindaco, rilancia il tema della qualità urbana: c’è chi si ritiene in grado di interpretarla meglio di altri? Pare di si, ma di sicuro è un problema aperto

L’immaginario collettivo si fa catturare quasi automaticamente da certe immagini molto forti, suggestive, sedimentate. É piuttosto curioso che quella dell’architetto moderno, diretto discendente degli intellettuali del Rinascimento in versione giacca e cravattino, risalga più o meno all’epoca degli uomini soli al comando, i mitici anni dei mitici leader che facevano sognare le folle vuoi col New Deal, vuoi col trionfo della razza ariana, vuoi coi treni che arrivavano in orario. Esattamente da quelle parti inizia a spuntare un altro protagonista, che di solito ci figuriamo in un punto elevato, a scrutare la metropoli fiutando l’aria, ma dove un futurista qualsiasi sapeva al massimo abbozzare affascinanti schizzi o fonemi, l’architetto del Novecento si slacciava la cravatta e buttava giù le prime basi di un’idea che poi avrebbe sviluppato scientificamente, sistematicamente: la città ideale del futuro.

È così forte questa immagine, da avere anche una faccia precisa: quella di Gary Cooper nel film La Fonte Meravigliosa, una specie di sintesi tra vari protagonisti del progetto di architettura e del’impegno culturale, tratta dall’omonimo romanzo di Ayn Rand (perdendo il gioco di parole wrightiano dell’originale Fountainhead/Fallingwater, ma non si può pretendere tutto). Con qualche variante, siamo cresciuti un po’ tutti coccolando questa idea, che come tutte le idee che si rispettano contiene un po’ di verità, e parecchia fantasia. Del resto l’avevano ben capita anche i non-architetti della stessa epoca, la necessità di fare un passetto indietro formale, lasciando che a gettare a volte efficacemente il cuore oltre l’ostacolo fossero questi ardimentosi artisti-progettisti. Poi a sistemare le cose, sarebbero entrati in campo tutti gli altri. Non a caso ogni volta che qualcuno si prende la briga di fare un pochino di documentata storia urbana o urbanistica, salta fuori sempre la stessa cosa: dietro la grande visibilità di piani e progetti dibattuti sulle riviste, nei convegni, insomma in quelle che parrebbero le sedi uniche, c’è la città reale, costruita in modo diverso, da altri, con criteri magari identici, magari opposti.

Il concetto generico di “tutti gli altri” non comprende solo le anonime masse amorfe che guardava ad esempio le Corbusier dall’alto del suo balcone parigino intuendo le basi di Urbanisme negli anni ’20. Né le folle proletarie oppresse che sfilano nelle travolgenti inquadrature di Metropolis di Fritz Lang, se è per questo. Tutti gli altri sono, esattamente, tutti gli altri, ovvero cittadini di varia formazione e interessi, che hanno pieno diritto di esprimere idee, opinioni, progetti per la città. Magari anche facendo il tifo per questo o quell’architetto, oppure semplicemente partecipando in qualche modo alle discussioni, attraverso i rappresentanti politici, o direttamente negli organismi istituzionali e spontanei. Tutta questa lunga premessa su chi è legittimato a discutere di cosa, serve però solo a introdurre la questione vera, cioè la recente polemica aperta da una lettera dell’architetto-scrittore Gianni Biondillo al sindaco di Milano, Giuliano Pisapia. In cui si denuncia, nel linguaggio dei nostri tempi, l’incombere di un “mostro” sulla città, ovvero un progetto di trasformazione che potrebbe fare grossi danni.

Alla lettera di Biondillo risponde educatamente e a stretto giro il sindaco Pisapia, spiegando che di sicuro se c’è qualcosa di sbagliato o di inopportuno in quel progetto “mostro” il comune vedrà di intervenire, ma che le previste procedure di partecipazione dei cittadini alle decisioni locali non hanno fatto emergere alcuna opposizione. Se poi si vuole discutere di qualità urbana in generale, certamente è benvenuto il contributo di chi ne capisce, ma appunto le opinioni di un noto e prestigioso intellettuale cittadino laureato in architettura valgono tanto quanto quelle degli abitanti del quartiere, che paiono invece felicissimi di convivere col mostro. Parrebbe finita lì, se sulle stesse pagine locali del Corriere della Sera non iniziassero a comparire prima una lettera del progettista del mostro chiamato in causa, che minaccia sfracelli legali contro il collega denigratore, e poi un’altra firmata da Biondillo e da un gruppo di altri architetti, a ribadire la sostanza del primo intervento: esiste una emergenza qualità urbana, dal sindaco progressista appena eletto ci si aspettava molto di più, parliamone. E allora?

E allora rieccoci al punto di partenza. Esiste un’idea di città in sé e per sé migliore di un’altra? Esiste una elite intellettuale in grado di comprendere meglio i problemi generali e orientare le soluzioni? Pesano di più, rispetto alla composizione di interessi e orientamenti collettivi, queste prospettive particolari, rispetto ad altre, nel condizionare le decisioni politiche e amministrative, che traducono in fatti concreti le generiche aspirazioni? Succede ovunque, che la discussione si faccia aspra e a volte pure drammatica, come nel caso delle grandi opere di spropositato impatto ambientale e sociale, ma qui è proprio il campo abbastanza ristretto della trasformazione, il numero piuttosto limitato delle varianti in campo, a consentire di leggere un po’ meglio. Qualcuno dice all’amministrazione cittadina: guarda che io di queste cose ne capisco, e ti ho votato proprio perché credevo che mi avresti dato retta nel merito, che in qualche modo incarnassi già automaticamente le mie idee. Adesso scopro che non è così, sta tradendo la mia fiducia.

La risposta elude sostanzialmente il merito, e si sofferma sul metodo. Il progetto di trasformazione approvato, che tu consideri un mostro, non pare esserlo per tanti altri: per tutti coloro che l’hanno concepito, discusso attraverso le varie fasi del processo di revisione e approvazione, criticato costruttivamente nelle varie sedi messe a disposizione dalle regole. Anche informalmente, ovvero sulla stampa, o nei comitati spontanei, non si è levata mai alcuna voce critica. Adesso, tu hai pienamente il diritto di esprime la tua prestigiosa opinione, ma si tratta appunto di una cosa come un’altra, al massimo utile ad aprire un dibattito culturale.

Si potrebbe forse, a questo punto, andare anche un pochino oltre, e parlare di dibattito sulle regole: non è che nell’epoca delle rivoluzioni politiche fatte sui social network sia possibile continuare con lo scontro fra titani sulle pagine del quotidiano cittadino, a cui hanno accesso appunto solo (o soprattutto, diciamo) sindaci, romanzieri, accademici e cugini dei giornalisti. Tutti sono legittimati, per carità, a parlare di cristallina limpidezza delle procedure amministrative di approvazione, oppure al contrario di terrificante ecomostro di cui i nostri discendenti si vergogneranno per settanta volte sette generazioni. Però visto che nessuno vuol recitare la parte della folla amorfa sballottata di Metropolis, e nessuno almeno esplicitamente vuol prendersi il posto del dittatore in senso buono, aggiungere qualcosa di più formalizzato ed efficiente alle assemblee di quartiere e/o cittadine sulle trasformazioni urbane, sicuramente aiuta.

Aiuta se non altro a fare chiarezza sui ruoli e il peso relativo dei termini, evitando anche l’involontario ridicolo degli ecomostri tirati in ballo a sproposito. O delle città future ed eterne quando si parla invece di marciapiedi, paracarri, un edificio: magari brutti, orrendi, nella testa di qualcuno, e invece accettabilissimi compromessi del tutto rimediabili in futuro, per altri. Filippo Tommaso Marinetti, con le sue iperboli verbali, sta nella storia della letteratura d’avanguardia novecentesca, e fino a qualche mese fa lo si risentiva solo negli improbabili riciclaggi di certa cultura di destra sconfitta nelle ultime elezioni locali. Un segno di discontinuità potrebbe anche essere un cambio di marcia nei toni: è passato tanto tempo, ed è ora di cambiare stile. Anche questa in fondo è qualità urbana.









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Il sito di Edoardo Salzano
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Bottini, Fabrizio
( 08.10.2013 09:04 )
Per motivi tecnici mi sono provvisoriamente trasferito sul sito Millennio Urbano che (tra l'altro) contribuisco a rilanciare dopo un periodo di transizione -->
Bottini, Fabrizio
( 08.09.2013 10:07 )
Da un paio di secoli l'umanità cerca di misurarsi in con la gigantesca ameba metropolitana scatenata dai cicli di industrializzazione: urbanisti, sociologi, scrittori, ora un regista. Ma la cultura italiana mica ci arriva
-->
Barzi, Michela
( 26.08.2013 09:34 )
Le diffidenze leghiste per le diversità si manifestano naturalmente con maggiore evidenza là dove il partito governa e imperversa. Ma si tratta di una cultura pervasiva, per nulla limitata a quei territori e probabilmente neppure limitata a quell'area politica, pronta a ripresentarsi in diversi contesti -->
( 22.08.2013 19:29 )
Gli spazi simbolo del ceto medio e dei suoi consumi opulenti, diventano sacche di disagio, come dimostra il compendio di ricerche della Brookings Institution sintetizzate in un volume. Il problema è di superare la logica di questo tipo di espansione urbana, e tornare a un modello integrato di città. Dalla rivista universitaria Knowledge Wharton, agosto 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 20.08.2013 18:49 )
La globalizzazione significa soprattutto (che piaccia o meno) essere ineluttabilmente inseriti in un flusso di decisioni interrelate: la tutela delle coste nella nostra bagnarola mediterranea, per esempio -->
Eisenberg, Richard
( 10.08.2013 10:28 )
Recensionee intervista su uno dei tanti libri americani dedicati a una questione che dovrebbe però interessare molto di più anche il resto del mondo: l'immaginario collettivo sull'abitare e i suoi risvolti sociali e ovviamente ambientali. Di fatto ci sono intere generazioni cresciute nel mito antiurbano, che deve essere in qualche modo superato, insieme al tipo di consumi che si porta dietro. Forbes, 9 agosto 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 21.07.2013 09:45 )
C'è sempre qualcosa di affascinante, e al tempo stesso inquietante, nel modo in cui ci adattiamo, o proviamo a adattarci, ai mutamenti ambientali del mondo che ci circonda. Specie quando si tratta di trasformazioni consapevolmente indotte da altri, per motivi affatto umanitari -->
Bottini, Fabrizio
( 16.07.2013 08:35 )
Oltre a dire qualcosa di sinistra, come auspicano e chiedono in tanti da troppo tempo, c'è anche un'altra possibilità: quella di fare concretamente, qualcosa di sinistra, ovvero mettere in pratica e verificare gli alti principi. C'è qualche vago segnale in questo senso, basta guardarlo -->
Bottini, Fabrizio
( 11.07.2013 08:13 )
Che fare quando le migliori (e celebrate) idee si dimostrano carenti? Negare l'evidenza, oppure provare a rifletterci sopra davvero, cercando di capire se e dove esiste qualcosa di sbagliato nel modello, o nella nostra interpretazione? -->
Hetherington, Peter
( 03.07.2013 13:12 )
Un urbanista americano, curiosamente noto soprattutto per essere stato preso a pugni da una contestatrice durante un'assemblea pubblica, ha anche parecchio altro da dire sulla professione, e il ruolo nella città e la società. The Guardian, 2 luglio 2013 (f.b.) -->
Bottini, Fabrizio
( 29.06.2013 10:53 )
C'è qualcosa che non torna nell'entusiasmo da un lato per tutte le possibili tecnologie smaterializzanti dell'universo, dall'altro nel permanere di una cultura degli spazi a dir poco novecentesca, industriale, segregata. Quanto c'è di malafede, e quanto di ignoranza? -->
Bottini, Fabrizio
( 28.04.2013 09:12 )
Il successo dei progetti di trasformazione urbana, come suggerisce il buon senso, dipende dal loro essere urbani, inseriti in un contesto ampio con cui entrano in sinergia. Ma il peggior cieco è chi non vuol vedere ciò che gli sta attorno -->
Walker, Alissa
( 02.04.2013 19:44 )
Vivere e camminare a Los Angeles, senza un'automobile, è compatibile con un'esistenza umana. Figuriamoci qui da noi. Los Angeles Magazine, 29 marzo 2013 -->
Vitullo-Martin, Julia
( 30.03.2013 19:30 )
I problemi insediativi, ambientali, socioeconomici, di qualità della vita, e infine politici, posti dal nuovo ruolo del cibo nella metropoli del terzo millennio. Non è il caso, come intuito in fondo dall'Expo milanese, di porre al centro la questione? Spotlight on the Region, marzo 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 30.03.2013 08:50 )
È passato più di un secolo da quando i futuristi volevano spazzar via tutta l'anticaglia che faceva da zavorra al progresso umano, e nel frattempo si è capito che non tutto è anticaglia e non tutto è zavorra. Però adesso un po' si esagera, in tutto il mondo, con le ideologie antimoderniste su misura -->

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