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Tel Aviv: spazio pubblico in movimento
Data di pubblicazione: 13.11.2012

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Una breve rassegna dei motivi per cui l’idea originaria di città giardino arriva fino ai nostri giorni nella capacità di ricostruire ex novo il tipo di identità urbana che associamo quasi esclusivamente al centro storico

Tel Aviv, città bianca e figlia prodigio della millenaria Jaffa, sembra non avere un centro storico. Forse il nodo della questione sta nella particolare connotazione dell'aggettivo "storico" per una città nata ex novo agli inizi del 1900 e cresciuta a tratti ed a colpi di piani urbanistici. Il processo di formazione di una propria identità inizia agli albori del 1900 quando sorge il primo quartiere al di fuori di Jaffa, Achouzat Bait, fondato da 66 famiglie ebree alle quali vengono assegnati i nuovi lotti da costruire tramite un tiraggio a sorte.
La scissione fra i due nuclei avviene però definitivamente l’11 aprile 1909; viene poi stilato il primo piano regolatore della nuova città dall'architetto William Stiansi in collaborazione con un team di ingegneri locali; il piano prevede un'estensione dell'esistente tale da accogliere il flusso immigratorio di ebrei che si ingrossa sempre più in una Palestina già divisa fra le religioni; la quarta ondata migratoria ( alhya) viene definita “dei proprietari” in relazione all’ingente flusso di denaro che entra nel paese e che ne mette in moto la costruzione massiva; questo nuovo range di popolazione inizia a sentire il bisogno di uno sviluppo commerciale nella città; il settore terziario conosce una prima timida svolta.

La politica insediativa che ne segue rimane estremamente di corto respiro; i terreni vengono privatizzati grazie all’acquisizione di numerose società private immobiliari che investono capitali per accedere ai terreni lungo il litorale; l’ingegner Ruppin, produttore degli emendamenti al successivo piano Goldmann, decide di investire la quasi totalità delle liquidità della società privata immobiliare “Palestina” per privatizzare grandi aree sul bordo del Mediterraneo; metà dei terreni vengono ceduti ad un’ulteriore cooperativa di artigiani per la costruzione di piccole residenze; la seconda metà invece viene lottizzata e venduta ad un gruppo di ebrei russi nel 1913. L’iniziativa viene seguita con entusiasmo da altre società, come la “Nachalat – Binyamin” la quale acquista 13.000 metri quadrati finalizzati all’edificazione di un quartiere residenziale per 40 famiglie, sorto intorno all’odierna omonima via Nachalat Binyamin. Nelle vicinanze della via Sheinkein, cresce un quartiere commerciale sui 70.000 metri quadrati acquistati dalla “Nuova Società”; le dinamiche alla base delle divisioni dei terreni urbani, quindi, non sono altro che il risultato della negoziazione fra le società immobiliari private e le istituzioni pubbliche sioniste che fanno però ancora riferimento alla Municipalità del Protettorato Inglese e che quindi non sentono davvero la necessità di una strategia pubblica nazionale e non dispongono peraltro della piena gestione delle risorse. Le conseguenze di questo processo sono tutt’ora riscontrabili sia a livello formale sia a livello funzionale. La città, nata sul litorale, viene plasmata per essere estesa in lunghezza e non in profondità; un centro fisico non esiste poiché la forma non lo permette. L’altro grande retaggio di una politica insediativa dedita ai bisogni del privato, è la mancanza di visibilità e di accessibilità tipica dei grandi spazi pubblici europei. Lo spazio pubblico di Tel Aviv, salvo i due casi isolati dell’Auditorium Mann e del padiglione Helena Rubenstein, nasce come spazio di risulta, ricavato dove possibile, vittima di un anacronismo più che mai inefficiente.

Nel decennio del 1920 l’espansione della città continua a nord, progettata in un altro piano urbanistico di cui è padre Richard Kauffmann.
Tel Aviv, a metà degli anni 20, conta 34.000 abitanti. Di questa cifra, un'alta percentuale sono ebrei immigrati nella città in cerca di un rifugio sicuro e di un senso di appartenenza. Il concetto di proprietà privata, dunque, a causa della situazione conflittuale della Palestina, assume una sfumatura d'essenzialità nella ragion d'essere di ogni ulteriore espansione urbana. La forma quasi definitiva della città si definisce a seguito del terzo piano regolatore, elaborato da sir Patrick Geddes il quale sogna, nella Tel Aviv da trasformare, una perfetta declinazione della città-giardino, perlomeno nei principi; nelle forme Tel Aviv non si presta all'idea di Howard: a causa dell'espansione a tratti, dettata dalla mera volontà di allontanamento da Jaffa, non esiste un centro geografico della città e non esiste un luogo verso il quale tutte le strade concorrono; in più, è la stessa volontà di Geddes a rifiutarsi di attingere agli esempi delle città giardino europee, spesso periferie piantumate, totalmente dipendenti dalla città principale di cui si rendono satelliti.

Prima della vera e propria proposizione di piano, sir Geddes si adopera in uno studio dettagliato delle problematiche della città; dalle analisi risulta in primo luogo che la circolazione è favorita in senso N/S piuttosto che E/O sempre per le dinamiche primarie di espansione lineare lungo il litorale; nella decisione di mantenere questo principio base, Geddes ridisegna una rete stradale e ne rinforza la gerarchia. Nel piano viene dunque proposta una serie di assi principali, le main ways, in direzione N/S, alimentate dalle home ways, in direzione E/O, vie di distribuzione attraversate a loro volta da passaggi sempre minori. Per quanto riguarda il parametro della densità, Geddes stabilisce che la superficie minima dei lotti sia di 560 metri quadri e che, per ragioni d’igiene, non ne possa essere edificato che un terzo; la convinzione è che un’alta densità faccia impennare il tasso di mortalità. Stesso concetto vale per l’altezza dei palazzi, che non deve superare i due piani per le unità residenziali e i quattro per gli edifici pubblici.

Il verde è trattato con uguale minuzia, ed è soggetto ad un salto di scala notevole: Geddes non si limita solo alla pianificazione generale delle aree verdi urbane, ma si dedica anche alla modellazione della via-tipo dettagliando, nel piano, le distanze, gli spazi e a volte anche le specie arboree da piantare. In questo periodo di urbanizzazione a sfondo privato, dove il modello si rispecchia nella palazzina a due piani, con giardino che la separa dalle gemelle, s'installa un ramo del movimento Bauhaus, e si fa risposta alle esigenze di pulizia e sobrietà che governano le prime vere scelte stilistiche dell’architettura della città.

Sono gli anni del nazismo e delle leggi razziali; dalla Germania fuggono architetti ed artisti che hanno studiato negli atelier dei grandi maestri del Movimento Moderno, e si stabiliscono in Israele. Il loro contributo all'architettura di Tel Aviv è valso alla città il titolo di patrimonio dell'Unesco ed è tutt'ora visibile lungo due delle arterie pedonali più frequentate, viale Sderot Rotschild e viale Nahalat Benyamin. Nonostante le basi dello sviluppo non siano ottimali per garantire interazione ed integrazione e nonostante Tel Aviv si ponga quindi come il risultato di un’urbanizzazione anomala ai processi sia europei sia mediorientali, bisogna ammettere che la città funziona. Lo spazio pubblico, per quanto non declinato nella forma della classica piazza, viene frequentato.
La città è sempre in movimento, e la gente vive la strada come un reale campo di aggregazione e condivisione; questo spazio si può definire di transito e non di sosta. Va da sé che quindi le dinamiche di fruizione del pubblico siano anch’esse dotate di una particolare e differente sfumatura; non c’è l’urgenza della sostituzione attività-contemplazione nello spazio pubblico, forse perché il paese, ancora troppo giovane, ha poca stratificazione storica da contemplare; quando in una città compatta europea ci si concede più di un momento di pura osservazione del patrimonio in un luogo carico di storia, a Tel Aviv si verifica un flusso ininterrotto che però arriva a coniugare l’esigenze di una fruizione condivisa.

Anche la piazza più celebre della città, kikar Dizengoff, presenta dei connotati che ne ibridano la definizione: piazza Dizengoff nasce come spazio pubblico modellato intorno a degli edifici preesistenti, ma si configura in seguito come spazio commerciale, in accordo all’intervento di una prestigiosa famiglia che trasforma l’intero complesso in un vero e proprio centro commerciale coperto. Piazza Dizengoff è, tuttavia, uno dei mille cuori pulsanti della città, ed ottempera con efficienza al suo compito di segnalare il passaggio fra litorale e zona est. La spiaggia, il litorale appunto, è però il grande vero spazio pubblico della città.

Luogo dispersivo e decentralizzato per definizione, in questa città risulta essere terreno assai fertile per l’aggregazione collettiva volontaria; gli abitanti di Tel Aviv vivono questi spazi come parte integrante della città, e la frequentano come ne fosse il focus, o il centro. In Israele non esiste la possibilità, per gli stabilimenti balneari e gli hotel, di affittare una porzione di demanio ed installare le proprie infrastrutture; questo pare giovare alla relazione che ogni singolo cittadino intesse con il litorale. L’altro grande spazio pubblico e luogo dell’immaginario collettivo per l’aggregazione nella città, è il mercato. Il suk, il mercato coperto arabo, è il campo del movimento per eccellenza. Le dinamiche di fruizione di questo luogo sono si rifanno all’intensa attività del commercio; lo spazio è esiguo, la gente si affretta e procede velocemente lungo il percorso costellato dai punti di vendita, obbligata al contatto ed all’interazione.

Questa commistione fra le usanze di un passato recente e di un presente poco stratificato fanno di Tel Aviv una città che si svincola da ogni logica ma che si caratterizza per una genuinità degli spazi; rimane dunque la curiosità di capire se questo derivi da una miscela di fattori come la posizione geografica del paese, una buona integrazione di tradizioni ed una corretta intuizione sulla composizione dello sfondo pubblico, o sia solo un fortuito caso da non tenere in considerazione nel quadro degli esempi da seguire per una pianificazione urbanistica corretta. Una risposta plausibile potrebbe derivare dal concetto di estensione e di scala; per quanto Tel Aviv sia una grande città e sia stata per lungo tempo la capitale di Israele, non rinuncia a conservare la sua caratteristica di “metropoli in miniatura” (Metzeger-Szmuk, 2004, s.p.); il motivo per cui il pubblico funziona nella stessa maniera ottimale di una piazza storica frequentata giorno e notte, è probabilmente il perfetto equilibro fra scala della città e funzioni presenti. Un’eventuale espansione non parallela allo sviluppo di nuovi attrattori potrebbe portare alla disaggregazione degli spazi e delle attività, e potrebbe evidenziare il vero carattere improduttivo con cui è stata negata un’idea adeguata di città alla città.

Bibliografia

N. Metzeger-Szmuk, Dwelling on the dunes – Tel Aviv – Modern Mouvement and Bauhaus ideals, Editions de l’Eclat, Paris, 2004, p. 447
R. M . Bole, Tel Aviv – turbolente centenaire, in « Le Magazine du Monde », 23 maggio 2009
A. Meier, Tel Aviv – workshop pour le future d’une ville centenaire, in « Urbanisme », maggio-giugno 2009
AA. VV., Sur le traces du modernisme – Tel Aviv Haifa Jerusalem, Civa, Bruxelles, 2005
L. G. Sonnino, Tel Aviv guida alla città, Testo & Immagine, Torino, 2000, p. 93
AA. VV., Tel Aviv, in “Israel et les territories Palestiniens”, Lonely Planet, Parigi, 2010









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Il sito di Edoardo Salzano
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Bottini, Fabrizio
( 28.04.2013 09:12 )
Il successo dei progetti di trasformazione urbana, come suggerisce il buon senso, dipende dal loro essere urbani, inseriti in un contesto ampio con cui entrano in sinergia. Ma il peggior cieco è chi non vuol vedere ciò che gli sta attorno -->
Walker, Alissa
( 02.04.2013 19:44 )
Vivere e camminare a Los Angeles, senza un'automobile, è compatibile con un'esistenza umana. Figuriamoci qui da noi. Los Angeles Magazine, 29 marzo 2013 -->
Vitullo-Martin, Julia
( 30.03.2013 19:30 )
I problemi insediativi, ambientali, socioeconomici, di qualità della vita, e infine politici, posti dal nuovo ruolo del cibo nella metropoli del terzo millennio. Non è il caso, come intuito in fondo dall'Expo milanese, di porre al centro la questione? Spotlight on the Region, marzo 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 30.03.2013 08:50 )
È passato più di un secolo da quando i futuristi volevano spazzar via tutta l'anticaglia che faceva da zavorra al progresso umano, e nel frattempo si è capito che non tutto è anticaglia e non tutto è zavorra. Però adesso un po' si esagera, in tutto il mondo, con le ideologie antimoderniste su misura -->
Bottini, Fabrizio
( 29.03.2013 09:10 )
Il degrado ambientale sta iniziando a produrre, forse ha già prodotto, anche un degrado dell'ambientalismo, ridotto a vago istinto animale che si compiace della propria idiozia rotolandosi da qualche parte, beatamente ignaro di quanto gli accade attorno -->
Jenkins, Simon
( 27.03.2013 08:27 )
In materia di territorio un colpo al cerchio e uno alla botte, improvvisando nel conciliare le spinte distorte del mercato e un consenso a breve termine, combina guai. Purtroppo eterni e irreversibili. The Guardian, 27 marzo 2013 -->
Miller, Sarah
( 24.03.2013 21:14 )
Ci volevano sofisticate apparecchiature di misura per scoprire l'impalpabile ma storica superiorità del biscotto bagnato rispetto a quello asciutto: finalmente un esperimento utile all'umanità tutta! Grist, 22 marzo 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 24.03.2013 19:49 )
Quando si parla di agricoltura di prossimità, infrastrutture verdi, orti di quartiere, più in generale di natura in città, l'importante è intendersi sui termini e gli obiettivi ragionevoli: se vogliamo qualche genere di rapporto economico con la produzione alimentare, scordiamoci il bifolco curvo sul solco -->
Bottini, Fabrizio
( 18.03.2013 09:49 )
Un incredibile studio, naturalmente con tutti i crismi metodologici (e figuriamoci) e di sistematicità di questo genere di ricerche, porta acqua al più stravagante e fazioso dei mulini: chi mette in discussione il pensiero dominante in termini di trasformazioni territoriali non è sano di mente -->
Bottini, Fabrizio
( 17.03.2013 20:06 )
Ovunque nel mondo, con ovvie variabili locali legate alla situazione di mercato e all'evoluzione socioeconomica, si sta affermando una sorta di fase due dell'urbanizzazione, che punta al riuso o generale ripensamento delle superfici metropolitane esistenti, anziché ad alimentare lo sprawl -->
Bottini, Fabrizio
( 15.03.2013 08:34 )
C'è una discrasia inquietante, fra ciò che si tocca con mano, fra i segnali quotidiani, e la discussione altrettanto concreta e quotidiana. Da un lato tutti a parlare di flussi virtuali e città galleggiante sugli elettroni, dall'altro un mercato del lavoro e della casa preistorico -->
Dobson, Roger
( 11.03.2013 04:55 )
Sempre più ricerche sistematiche e verifiche incrociate dimostrano come la favola del topo di campagna e di quello di città sia del tutto realistica: tutti gli animali modificano radicalmente i propri stili di vita e comportamento sociale in ambiente urbano. The Independent, 10 marzo 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 10.03.2013 08:51 )
Aumentano e si sviluppano su diverse angolazioni le politiche urbane internazionali favorevoli all'uso della bicicletta come mezzo di trasporto corrente quotidiano, ma resta aperto un problema di fondo: è sufficiente puntare solo su questo aspetto dello stile di vita? Non c'è qualcos'altro? -->
Bottini, Fabrizio
( 07.03.2013 09:51 )
Nel mondo ci si interroga sull'urbanizzazione crescente, per il consumo di suolo, ma poi la stampa (disinformata?) decanta "innovazioni" piccole ma micidiali, come gli alberghi Ikea -->
Stelfox, Dave
( 04.03.2013 10:29 )
I simboli sono importanti, ma non dimentichiamoci dell'azione diretta, specie se nasce dalla medesima spinta e coi medesimi contenuti. Un popolo di sfrattati dalle proprie case occupa i metri cubi della speculazione immobiliare e finanziaria, producendo una nuova simbologia: The Guardian, 4 marzo 2013 -->

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