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La scienza urbana (ancora) non esiste
Data di pubblicazione: 12.10.2012

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Tutti sappiamo da sempre che l’aggettivo “urbano” si presta a una infinità di declinazioni e interpretazioni, a significare tutto e il contrario di tutto, a seconda del contesto, di chi lo usa, degli obiettivi specifici. Accade però che venga usato anche serissimamente dagli scienziati, e qui ahimè succedono gli svarioni peggiori

C’è una canzonetta molto vintage che mi sono scaricato tempo fa da Youtube: la uso spesso per introdurre in forma leggera (se no, che musica leggera è?) il tema della confusione fra città e campagna, più nella nostra percezione che nella realtà geografica e sociale. Il pezzo è dei primissimi anni ’70, cantato dall’allora popolarissimo Domenico Modugno al Festival di San Remo, e si intitola Un calcio alla città, con tanto di folkloristici coretti degli altrettanto mitici Quattro più Quattro di Nora Orlandi. Il trucco, per introdurre la prospettiva ai nostri connazionali, sta proprio nell’epoca della canzone: quando appena usciti o quasi dal ciclo di sviluppo socioeconomico della ricostruzione-boom si comincia a chiedersi dove stiamo andando. Aiutano non poco anche il look vagamente movimentista del cantante e del coro, basettoni, gonne zingaresche, Modugno che ostenta addirittura un paio di jeans sotto la giacca: esattamente il genere di cose che per tutto il decennio popoleranno le piazze nazionali e dintorni, e che quindi evocano le medesime domande di cambiamento, culturale, politico eccetera. Dove stiamo andando, appunto? La canzonetta dice che stiamo andando nella direzione sbagliata, e la riassume, questa direzione, col termine Città del titolo, una città a cui bisogna dare un calcio, perché la carriera e il guadagno non sono tutto. Il coro sventolando basettoni e gonne a fiori gorgheggia “amore mio, vieni anche tu, e il capoufficio lasciamolo su”.

A questo punto, riaccese le luci in sala – la sala dove sto parlando io, non quella di San Remo – torniamo all’oggi, e diamo un’occhiata a questo posto agognato, lontano dal capoufficio. Modugno ci raccontava di campagna, aria pulita, prati, alberi su cui arrampicarsi un po’ alla Ciccio Ingrassia in Amarcord, ma in realtàproprio il suo figurato andarsene sbattendo la porta l’ha cancellato, quel mondo. Voleva lasciarsi alle spalle le automobiline in fila verso l’ufficio, e se le ritrova identiche in una fila molto più lunga, che va dalla ex campagna al medesimo ufficio. Voleva arrampicarsi sugli alberi, ma gli alberi non ci sono più, abbattuti per far posto alle casette di tutti quelli come lui, che apprezzavano campi e prati e volevano abitarci in mezzo. Ma per pagarsi la casa dovevano pur tornare dall’odiato capoufficio, i soldi notoriamente non pendono dai rami. È la classica storia di come si formano le periferie, quelle che in epoca automobilistica chiamiamo suburbio, cancellando la campagna, e insieme sia le durezze del lavoro agricolo che un certo rapporto equilibrato coi cicli naturali, le stagioni, rumori e silenzi. Contro quello che negli anni ’60 si chiamava il “logorio della vita moderna” non sarebbe bastato né tracannare l’aperitivo che faceva quella pubblicità, né seguire il consiglio di Modugno, e inconsapevolmente ricostruire una forma alternativa di stress metropolitano sotto mentite spoglie, dove al capoufficio si sostituisce il mutuo, e alle sirene il rombo delle falciatrici o dei leaf-blower il sabato pomeriggio. Abbiamo cancellato la campagna e ci siamo tenuti lo stress?

Come direbbe il classico politico di lungo corso: il problema è un altro. E come dicono tutti, prevenire è meglio che curare. Fuor di metafora, la mia (piccola e contingente) tesi è che sia tutta la storia dello stress metropolitano a essere una leggenda presa per buona da troppi. Non perché non esistano, diciamo almeno da una decina di generazioni, chiarissimi motivi di disagio sociale, sanitario, esistenziale ecc. legati alla vita urbana, ma perché non pare si stia facendo tutto il necessario per capire di cosa si tratta. Almeno non tutti. Prendiamo le discipline mediche, che per altri aspetti paiono ben consapevoli della differenza tra cure sintomatiche e vere soluzioni al problema: quando si tratta di cose urbane c’è una gran tendenza a liquidare la faccenda come il medico di famiglia dei Buddenbrook di Thomas Mann: mangi più leggero[*], si faccia una bella passeggiata, o se può una vacanza. E pensare che proprio rispetto ai mali della città industriale la medicina è stata, ben prima della più nota ingegneria, o della utile quanto caciarona architettura, all’avanguardia nell’indicare soluzioni geniali. Si identificava la fonte del problema (fossero le fonti d’acqua avvelenate dal colera, o i fumi industriali velenosi) e insieme alle altre discipline si elaborava scientificamente e tecnicamente la terapia. Adesso pare che tutti vogliano invece adottare il Metodo Modugno.

Cioè dare un bel Calcio alla Città, prima di tutto un calcio concettuale, identificando la città come una specie di entità divina e sconosciuta, che produce patologie affrontabili solo dall’esterno. Pare una sparata grossa la mia, forse un po’ lo è, ma come non pensarlo vedendo quanto scollamento esiste oggi fra chi si occupa di cure e chi riflette sul contesto in cui ahimè nascono le malattie? Certo di recente, ad esempio nel dibattito britannico, magari sulla spinta delle Olimpiadi di Londra, si è ricominciato a parlare del rapporto fra pianificazione del territorio e pianificazione dei servizi sanitari, dei cosiddetti quartieri attivi come obiettivo politico, ecc. Ma buttando l’occhio su uno studio pubblicato recentemente dal prestigioso Nature si capisce quanto sia ancora ampio il divario tra le due prospettive, a spese del poveretto che ci va di mezzo, ovvero il genere umano, ormai al 50% e oltre genere umano urbano, preciso. L’articolo che mi dà lo spunto, pubblicato il 10 ottobre, ha un titolo televisivamente ammiccante: “Stress and the City”, e vuole rispondere alla questione se il logorio della moderna vita urbana non conduca fatalmente a patologie assai più gravi, fino alla schizofrenia. Inquietante, altro che Ernesto Calindri quando nel vecchio Carosello, direttamente da un tavolino da bar in mezzo al traffico, consigliava di risolvere tutto con un bel sorso di aperitivo a base di carciofo!

Le premesse paiono buone quando l’articolo rileva correttamente “Nel 1950, abitava in città meno di un terzo della popolazione mondiale. Oggi, attirati dalla prospettiva dei posti di lavoro e delle migliori occasioni sono oltre la metà (…) il rapporto fra città, stress, e malattia mentale è abbastanza evidente. Gli psichiatri sanno che lo stress può innescare altre disfunzioni. E la moderna vita urbana è ampiamente considerata come stressante. I cittadini vivono con più rumore, criminalità, quartieri degradati, strade affollate, di quanto non succeda fuori dalle aree urbane”. E poi? E poi purtroppo basta. Alla corretta e prevedibile cura con cui l’articolo passa in rassegna gli studi di settore non corrisponde (se non in un vago e non documentato rinvio a generiche posizioni ed esigenze di architetti e urbanisti) nessun riferimento a quali siano esattamente i caratteri urbani in grado di provocare stress, di provocarne magari di più o di meno, o di un tipo o di un altro. Forse l’articolo è solo un lungo e documentato auspicio perché ci si inizi a chiedere qualcosa del genere, ma sembra notevole la distanza di metodo con alcuni studi sistematici partiti dall’estremità opposta della questione, come quelli su obesità e sprawlo quelli più complessi di Howard Frumkin ancora sul rapporto fra dispersione suburbana e varie patologie.

Tutte, queste ultime citate, ricerche dove era proprio l’insieme delle specifiche caratteristiche urbane a costituire il punto di partenza, a dare il senso alla parola “urbano”, che altrimenti non ne ha, cartelli della toponomastica a parte. Parlare di stress da rumore caratteristico da area urbana ad esempio può non aver alcun senso a fronte di campagne industrializzate, o solcate da infrastrutture rumorose. E per fare l’esempio dello stress da criminalità, basta pensare alla nostrana recente sindrome delle rapine in villetta per capire quanto la questione possa essere mal posta: qualunque ricerca (o rassegna dei temi potenziali di ricerca, com’è l’articolo da Nature) deve o dovrebbe specificare il campo. Anche perché così si fa il proprio mestiere dichiarato, ovvero quello di contribuire a individuare cure che non possono e non devono essere limitate a una supposta, un seduta dallo psicanalista ecc. Se si vuole davvero essere interdisciplinari non basta fare qualche pur spettacolare digressione bibliografica, dalle parti di studi e campi del sapere di solito ignoti ai propri colleghi. Occorre costruire davvero risultati in grado di fungere da ponte, da spazio comune per accogliere magari altre discipline, e soprattutto trovare una terapia al male città, o meglio al malessere metropolitano. Oppure, come succede ahimè troppo spesso, la presunta interdisciplinarità è solo un modo ambiguo per costruire carriere scientifiche un po’ generaliste, di valore tutto da dimostrare: tanti auguri e figli maschi, ma lasciateci lavorare per favore, abbiamo già abbastanza rogne per conto nostro!

(i citati lavori di Frumkin li avevo tradotti per eddyburg.it anni fa: basta cercare col motore interno; il pezzo da cui prendo spunto, con tutti i links, è scaricabile in pdf direttamente qui di seguito)

[*] La dizione esatta sarebbe “un’ala di piccione e una fetta di pane bianco”, per i precisini


File allegati

NATURE_Stress_&_City ( NATURE_Stress_&_City.pdf 132.14 KB )
rassegna di studi sul rapporto fra stress e vita urbana, ottobre 2012







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Il sito di Edoardo Salzano
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Bottini, Fabrizio
( 08.10.2013 09:04 )
Per motivi tecnici mi sono provvisoriamente trasferito sul sito Millennio Urbano che (tra l'altro) contribuisco a rilanciare dopo un periodo di transizione -->
Bottini, Fabrizio
( 08.09.2013 10:07 )
Da un paio di secoli l'umanità cerca di misurarsi in con la gigantesca ameba metropolitana scatenata dai cicli di industrializzazione: urbanisti, sociologi, scrittori, ora un regista. Ma la cultura italiana mica ci arriva
-->
Barzi, Michela
( 26.08.2013 09:34 )
Le diffidenze leghiste per le diversità si manifestano naturalmente con maggiore evidenza là dove il partito governa e imperversa. Ma si tratta di una cultura pervasiva, per nulla limitata a quei territori e probabilmente neppure limitata a quell'area politica, pronta a ripresentarsi in diversi contesti -->
( 22.08.2013 19:29 )
Gli spazi simbolo del ceto medio e dei suoi consumi opulenti, diventano sacche di disagio, come dimostra il compendio di ricerche della Brookings Institution sintetizzate in un volume. Il problema è di superare la logica di questo tipo di espansione urbana, e tornare a un modello integrato di città. Dalla rivista universitaria Knowledge Wharton, agosto 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 20.08.2013 18:49 )
La globalizzazione significa soprattutto (che piaccia o meno) essere ineluttabilmente inseriti in un flusso di decisioni interrelate: la tutela delle coste nella nostra bagnarola mediterranea, per esempio -->
Eisenberg, Richard
( 10.08.2013 10:28 )
Recensionee intervista su uno dei tanti libri americani dedicati a una questione che dovrebbe però interessare molto di più anche il resto del mondo: l'immaginario collettivo sull'abitare e i suoi risvolti sociali e ovviamente ambientali. Di fatto ci sono intere generazioni cresciute nel mito antiurbano, che deve essere in qualche modo superato, insieme al tipo di consumi che si porta dietro. Forbes, 9 agosto 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 21.07.2013 09:45 )
C'è sempre qualcosa di affascinante, e al tempo stesso inquietante, nel modo in cui ci adattiamo, o proviamo a adattarci, ai mutamenti ambientali del mondo che ci circonda. Specie quando si tratta di trasformazioni consapevolmente indotte da altri, per motivi affatto umanitari -->
Bottini, Fabrizio
( 16.07.2013 08:35 )
Oltre a dire qualcosa di sinistra, come auspicano e chiedono in tanti da troppo tempo, c'è anche un'altra possibilità: quella di fare concretamente, qualcosa di sinistra, ovvero mettere in pratica e verificare gli alti principi. C'è qualche vago segnale in questo senso, basta guardarlo -->
Bottini, Fabrizio
( 11.07.2013 08:13 )
Che fare quando le migliori (e celebrate) idee si dimostrano carenti? Negare l'evidenza, oppure provare a rifletterci sopra davvero, cercando di capire se e dove esiste qualcosa di sbagliato nel modello, o nella nostra interpretazione? -->
Hetherington, Peter
( 03.07.2013 13:12 )
Un urbanista americano, curiosamente noto soprattutto per essere stato preso a pugni da una contestatrice durante un'assemblea pubblica, ha anche parecchio altro da dire sulla professione, e il ruolo nella città e la società. The Guardian, 2 luglio 2013 (f.b.) -->
Bottini, Fabrizio
( 29.06.2013 10:53 )
C'è qualcosa che non torna nell'entusiasmo da un lato per tutte le possibili tecnologie smaterializzanti dell'universo, dall'altro nel permanere di una cultura degli spazi a dir poco novecentesca, industriale, segregata. Quanto c'è di malafede, e quanto di ignoranza? -->
Bottini, Fabrizio
( 28.04.2013 09:12 )
Il successo dei progetti di trasformazione urbana, come suggerisce il buon senso, dipende dal loro essere urbani, inseriti in un contesto ampio con cui entrano in sinergia. Ma il peggior cieco è chi non vuol vedere ciò che gli sta attorno -->
Walker, Alissa
( 02.04.2013 19:44 )
Vivere e camminare a Los Angeles, senza un'automobile, è compatibile con un'esistenza umana. Figuriamoci qui da noi. Los Angeles Magazine, 29 marzo 2013 -->
Vitullo-Martin, Julia
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I problemi insediativi, ambientali, socioeconomici, di qualità della vita, e infine politici, posti dal nuovo ruolo del cibo nella metropoli del terzo millennio. Non è il caso, come intuito in fondo dall'Expo milanese, di porre al centro la questione? Spotlight on the Region, marzo 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 30.03.2013 08:50 )
È passato più di un secolo da quando i futuristi volevano spazzar via tutta l'anticaglia che faceva da zavorra al progresso umano, e nel frattempo si è capito che non tutto è anticaglia e non tutto è zavorra. Però adesso un po' si esagera, in tutto il mondo, con le ideologie antimoderniste su misura -->

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