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Weather Underground
Data di pubblicazione: 03.11.2012

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Un titolo troppo bello per essere tradotto, che racconta benissimo l’idea di come sotto sotto ci si sta preparando agli eventi estremi del cambiamento climatico, come a New York che molto prima dell’uragano Sandy aveva cominciato il suo percorso verso la resilienza. The American Prospect, 2 novembre 2012

Scelto e tradotto da Fabrizio Bottini

A New York City, il servizio della sotterranea è ricominciato non moltissimo dopo che l’uragano Sandy aveva allagato sette gallerie sotto l’East River e costretto la Metropolitan Transit Authority (MTA) a far sgattaiolare uomini per ispezionare centinaia di chilometri di binari della rete, vecchia di 108 anni. Ma molte di quelle gallerie allagate, che scorrono dal centro di Brooklyn alla punta meridionale di Manhattan, restano inagibili, e l’interruzione della corrente nell’area finanziaria ha lasciato senza metropolitana tutta la zona ponti compresi. Ancora mercoledì, il sindaco Bloomberg spiegava come fosse poco probabile che il servizio potesse riprendere anche solo nel fine settimana.

Indipendentemente dal rapporto fra la violenza di Sandy e il cambiamento climatico, si tratta comunque del tipo di eventi estremi destinati a diventare sempre più frequenti man mano il pianeta si riscalda. Che siano vecchie o nuove, sono poche le reti elettriche, o di trasporti pubblici, o i ponti, strade, le linee di comunicazione realizzate per sopportare sfide del genere. Ma nonostante l’alluvione provocata da Sandy, questo non è uno di qui casi in cui i responsabili hanno visto dei segnali di pericolo senza però agire di conseguenza. È da dopo l’11 settembre o l’uragano Katrina, che a New York e altrove gli esperti hanno cominciato a adeguarsi all’idea della “resilienza”, ovvero di realizzare infrastrutture in grado di affrontare eventi simili, mettendo in campo strumenti che consentano alle reti pubbliche una rapida ripresa successiva ai danni. Nonostante la rete trasporti di New York ancora non funzioni a regime, la risposta della città è un ottimo esempio di come un’amministrazione stia iniziando a cambiare le prospettive, il modo di prepararsi a eventi climatici estremi.

“Sia l’agenzia trasporti che l’ente porto hanno sviluppato moltissime simulazioni e modelli” spiega Rich Cooper, socio della Catalyst Partners e ricercatore allo Homeland Security Policy Institute George Washington University. “Molti dei responsabili per le emergenze li conoscono da anni. E adesso si comincia a confrontarsi, con quei modelli”.
Nei giorni immediatamente successive all’urgano, si è ripescato un rapporto del 2011 commissionato dallo Stato di New York, che individuava i punti di vulnerabilità della rete metropolitana ad eventi come Sandy, e che dimostra come i responsabili conoscessero benissimo i rischi almeno un anno prima. Ma a New York la una riflessione seria sull’allagamento delle gallerie inizia già dal 2007, dopo un temporale dell’8 agosto con precipitazioni tanto abbondanti e concentrate da non essere smaltite e che si erano riversate appunto nei tunnel.

Dopo quel temporale la MTA fu obbligata a chiudere lunghi tratti della rete, che aveva subito “ un impatto senza precedenti” come recita un rapporto. A partire da quel momento, l’agenzia ha cominciato a agire per una mitigazione dei rischi di allagamento. Lo studio comprende una serie di interventi per diminuire le vulnerabilità del sistema: più capacità di pompaggio e pompe mobili, migliori accessi alle rampe di scale, pozzi di ventilazione più in alto per evitare che ci entri l’acqua. Misure immediate che ovviamente non risolvono eventi come Sandy. Ma comunque aiutano.
“Il sistema di gestione della metropolitana di New York ha appreso molto negli ultimi cinque anni” giudica Steve Winkelman, responsabile di sezione al Center for Clean Air Policy (CCAP) che collabora con le amministrazioni cittadine per la preparazione al cambiamento climatico. Dopo quel nubifragio del 2007, racconta, a New York si è cominciato a porsi le domande giuste: “Cos’abbiamo imparato? Quali sono le nostre carenze? E quali le priorità?”

Si è cominciato coi piccoli interventi: prese d’aria sopraelevate e ingressi in grado di resistere meglio ad allagamenti dalle vie. Si è anche intervenuti sul sistema di pompaggio, per attrezzare meglio la linea della Seconda Avenue in costruzione.
Contemporaneamente la MTA valutava anche progetti di più lungo termine, indispensabili per reagire a importanti eventi climatici. Nel 2008, un gruppo di ricercatori ha predisposto un rapporto dove si individuava il percorso di questa risposta, a rischi vari, dall’allagamento al forte vento ecc. E si fissavano scadenze temporali per le realizzazioni. La MTA doveva predisporre un “ programma complessivo per adattarsi al cambiamento climatico” e al massimo entro il 2012 arrivare a “ un’approfondita valutazione della vulnerabilità e dei rischi”. Entro il 2015, continua il rapporto, l’agenzia deve dotarsi di “ un piano generale strategico di adattamento al cambiamento climatico”.

È lo stadio a cui si trovava più o meno la MTA quando è arrivato l’urgano Irene nel 2011. I responsabili sapevano di dover quantificare i rischi per il sistema, ma non erano ancora in grado di fare valutazioni precise. Ma chi si occupava della metropolitana ha ben pensato di ridurre al minimo gli impatti di Irene. E mentre la tempesta avanzava la rete è stata chiusa.
“Si è trattato della prima chiusura preventiva del servizio in tutta la sua storia” spiega Winkelman del CCAP. Un fatto enorme, quello di chiudere la metropolitana di New York, una decisione che non si prede certo alla leggera. “Si sono mossi prima della tempesta, erano pronti. Chiuse le gallerie. Spostati alcuni treni”.
Dopo Irene, queste precauzioni sono state giudicate un po’ eccessive, ma si sono anche abituati I newyorkesi all’idea che, davanti a una minaccia del genere, si possa anche chiudere il servizio in anticipo. E il fatto che Irene non abbia colpito più forte è stata una fortuna per la città.

La MTA spesso è considerata un ente cittadino, si sa che gestisce la metropolitana di New York City, ma si tratta di un ente che opera a scala di tutto lo stato. Nel 2011 collaborava appunto a livello statale con altri enti a un progetto mirato, ClimAID, per valutare la vulnerabilità complessiva di New York al cambiamento climatico. È il gruppo di lavoro che ha redatto il rapporto del 2011 così usato dalla stampa questa settimana. Un rapporto che delinea nei particolari cosa possa significare una inondazione per la rete della sotterranea, prevedendo ad esempio che “se tutte le 14 gallerie sotto il fiume dovessero riempirsi d’acqua, ci vorrebbero cinque giorni di pompaggio ciascuna per liberarle”. Questo studio del 2011 è esattamente il tipo di valutazione quantitativa della vulnerabilità poi completata dalla MTA entro il 2012.

Detto in altre parole, l’ente è in regola con la tabella di marcia. Piuttosto è Sandy che è arrivata in anticipo. Se non si era ancora in possesso di un piano impeccabile per affrontare eventi del genere, è solo perché gli esperti avevano valutato che si potesse aspettare almeno fino al 2015 per dotarsene.
“Ora è troppo presto per giudicare sino a che punto siano già ben preparati” continua Winkelman. Ma basta la chiusura anticipate della metropolitana per “dimostrare la capacità di agire”. Senza questa precauzione, probabilmente il sistema avrebbe impiegato molto di più per tornare attivo.
Si tratta solo di un piccolo esempio di preparazione a eventi disastrosi per cui stanno intervenendo esperti di cambiamento climatico,responsabili delle emergenze, e funzionari della Sicurezza nazionale. Invece di lavorare dopo i danni rimediando, si vuole che le città, la popolazione, le attività economiche, si preparino e mettano in campo tutto quanto serve per riprendersi poi il più rapidamente possibile. A Washington, l’amministrazione Obama inizia a spostare la prospettiva dalla pura “preparazione” verso la “resilienza” ovvero “ capacità di rapido recupero dopo i danni di un’emergenza” per citare un documento presidenziale.

Cosa poi significhi esattamente “rapido” dipende naturalmente dalla prospettiva di osservazione. Il capo della MTA Joe Lhota probabilmente ritiene che si stia procedendo molto più rapidamente di quanto non accada agli automobilisti bloccati da tutto il giorno nella via sotto il mio appartamento a Brooklyn, che suonano il clacson, si fermano, e avanzano a passo d’uomo verso il Manhattan Bridge nella speranza di arrivare sull’isola ancora senza corrente elettrica.









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Bottini, Fabrizio
( 08.10.2013 09:04 )
Per motivi tecnici mi sono provvisoriamente trasferito sul sito Millennio Urbano che (tra l'altro) contribuisco a rilanciare dopo un periodo di transizione -->
Bottini, Fabrizio
( 08.09.2013 10:07 )
Da un paio di secoli l'umanità cerca di misurarsi in con la gigantesca ameba metropolitana scatenata dai cicli di industrializzazione: urbanisti, sociologi, scrittori, ora un regista. Ma la cultura italiana mica ci arriva
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Bottini, Fabrizio
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Bottini, Fabrizio
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