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La città nuova: solo vizio di tiranni e promessa da politicanti?
Data di pubblicazione: 23.11.2012

Autore:

Il vicepresidente del consiglio britannico Nick Clegg vuole lasciare come traccia imperitura del proprio passaggio nella politica un bel grappolo di città nuove. Ci aveva provato prima di lui anche Gordon Brown, e tanti altri ... adesso si cimenta il nostro Mario Ciaccia, evocando l'INA-Casa. Fa sul serio? Forse no

Le agenzie di stampa britanniche sono state invase in questi giorni dalla dichiarazione per nulla banale del vice-premier liberaldemocratico Nick Clegg, che in un gioco delle parti ormai abbastanza abituale prova a smarcarsi dal classico approccio liberista dei tories della coalizione di governo. Dichiarazione per nulla banale perché si inserisce molto organicamente in un accesissimo dibattito nazionale sulla casa, il modello di sviluppo urbano (ad esempio con le recenti deportazioni di inquilini da Londra), gli equilibri sociali al tempo della crisi. Se i centri studi vicini ai Conservatori ormai da tempo sfornano da par loro rapporti dove si indica nelle regole urbanistiche la causa di ogni problema abitativo, Clegg ribalta la questione, e correttamente nella prospettiva più ampia consentita alla sua posizione di vertice parla di sviluppo sostenibile prima che di emergenza sociale, ma fa convergere poi le due questioni nella parolina magica: città giardino. Non inventa nulla di nuovo in realtà, visto che prima di lui sono dozzine, centinaia, i politici che hanno legato, o provato a legare, il proprio nome a qualche genere di città ideale.

Senza stare a ricostruire in poche battute intere storie culturali, basta ricordare nelle epoche più recenti non solo le politiche britanniche specie laburiste (dal dopoguerra a Gordon Brown) sulle new town poi ribattezzate eco-town, ma ogni genere di progetto assimilabile, dalle capitali ex novo della ricostruzione post bellica come Chandigarh o Brasilia, alla tecnologica Ciudade de Motores dedicata all’automobile, alle sperimentazioni ruraliste americane di Roosevelt, o italiane nell’Agro Pontino. Un discorso a parte meritano poi le finte città nuove, ovvero quelle che non sono vere e proprie città, ma si pongono in qualche modo correttamente o scorrettamente il problema urbano. Anche queste hanno una lunga e contraddittoria vicenda. Dai sobborghi giardino che dalla Gran Bretagna al resto d’Europa agli Stati Uniti hanno finito per banalizzare la spinta di riforma sociale della città giardino “vera”, diventando in sostanza quartieri di villette con un pochino di alberi in più. Agli esperimenti più interessanti di costruzione di habitat urbani adatti a diversi contesti ambientali, sociali, tecnologici. Forse è proprio questo, il discrimine vero tra la città nuova intesa come sparata auto pubblicitaria del maggiorente di turno, e la vera interpretazione di un antico istinto umano, ovvero quello di provare a inserire se stessi al meglio su questa terra.

E arriviamo appunto ai nostri giorni, con Nick Clegg che, anche secondo i commentatori amici di area liberaldemocratica su http://www.libdemvoice.org vuole lasciare qualche città giardino a imperituro ricordo del proprio passaggio al governo. E in Italia con qualcun altro pure di passaggio al governo che straparla a modo suo del medesimo tema. Si chiama Mario Ciaccia, l’italiano, e fa coerentemente parte del gruppo di tecnici e contabili messo lì a risolvere alcuni problemi della crisi finanziaria.
Clegg è un nano sulle spalle di un gigante: può se non altro contare sulla secolare tradizione del suo paese in materia, dai movimenti ottocenteschi per la casa economica e il ritorno alla terra, attraverso il garden cities movement novecentesco, e poi le new town della ricostruzione e i programmi più recenti per la sostenibilità urbana. Attinge a piene mani da quello che è patrimonio nazionale, insomma, per trovare consenso e visibilità su un problema contingente come quello della casa, e della crescita economica. Mario Ciaccia prova a fare un’operazione simile, su scala più ridotta, ma ahimè non riduce solo arco di tempo e dimensioni. Riduce, da par suo (e da par nostro, purtroppo) anche la prospettiva urbana e di sviluppo da cui osservare il problema.

Clegg dice: abbiamo un problema emergenziale della casa, che si mescola a quelli della crisi economica, della sostenibilità ambientale, del cambiamento climatico. L’idea della città giardino può unire tutti questi elementi, perché ricompone natura e artificio, obiettivi sociali, energetici, di emissioni, contenimento nell’uso dell’auto, coordinamento territoriale vasto, riorganizzazione anche produttiva e dei servizi. Gli danno ragione, solo per fare un esempio, gli articolatissimi studi della Town and Country Planning Association prodotti qualche anno fa a sostegno (e verifica) scientifico del programma eco-town di Gordon Brown. Gli stessi studi e criteri che poi hanno via via assottigliato i progetti effettivamente ammessi alla realizzazione. Mario Ciaccia, da bravo finanziere, decide di andare invece per le spicce, ed evoca sì anche lui una grande tradizione, ma ritagliandone il pezzettino che capisce, quello appunto contabile. Rilascia una dichiarazione, ampiamente ripresa dai giornali, confindustriale Sole 24 Ore in testa, dicendo che qui ci vuole un nuovo Piano Fanfani, quello che nel dopoguerra italiano rilanciò edilizia, industrializzazione, case popolari. Ma sale sul comodo carro della visibilità e di alcuni interessi senza ricordarsi (o senza sapere) di cosa sta in realtà parlando.

Se il piano INA-Casa del ministro del Lavoro anni ‘40 Amintore Fanfani ha ancora tanta popolarità, che Ciaccia anche legittimamente vuole sfruttare a proprio vantaggio, non è certo, non è certo solo, per il meccanismo di finanziamento o l’efficienza della spesa. E neppure, naturalmente, per i soli meriti del politico ed economista Fanfani, che pure inseguiva sin da giovane assistente universitario negli anni ’30 quell’idea. Il pregio dell’INA-Casa è di essersi liberato, esattamente come a suo tempo la città giardino, dalle pastoie della contingenza, ed essersi affidato alla grande corrente delle trasformazioni sociali progressive. Certo Fanfani ha fatto il suo mestiere, introducendo alcuni meccanismi come il piccolo prelievo dai salari dei lavoratori, o più in generale tanti altri espedienti che hanno aumentato visibilità e consenso intorno a una cosa tutto sommato abbastanza contenuta quanto a trasformazioni fisiche. Ma il loro mestiere l’hanno fatto assai meglio le forze culturali italiane nel loro insieme, quando hanno preso l’idea di casetta operaia col bidet dell’economista democristiano, e l’hanno fatta assomigliare tanto di più a una città ideale, a una città giardino. Iniziando a metterle tutte insieme per esempio, quelle casette, e poi rendendole meno simili a semplici casette, e attraverso errori e sperimentazioni varie arrivando al perfettibile modello della unità di vicinato all’italiana, quelle cose con la scuola elementare in mezzo e qualche parvenza di percorribilità pedonale che ancora compongono dei pezzi significativi delle nostre periferie.

Si deve partire ovviamente da lì, e non certo dai meccanismi di finanziamento e dagli interessi produttivi da sbloccare, se si ragiona in termini contemporanei, o meglio se vogliamo distinguere l’idea di crescita business as usual (come ce la spaccia la cultura liberista) da quella dello sviluppo sostenibile non solo a parole. Vogliamo ragionare di ruolo dell’edilizia nella ripresa? Va benissimo, ma quale edilizia? Ovvero di quale città ideale, e non quale muro qualsiasi da tirar su, stiamo parlando? Ci sono le città esistenti, non soltanto piene di case invendute o lasciate a metà (che sconsiglierebbero di farne delle nuove), ma anche di zone degradate, da rigenerare come si dice oggi. E c’è il problema complementare del contenimento di consumo di suolo a usi agricoli, non vi parlate mai tra di voi ministri, per esempio Mario Ciaccia con Antonio Catania promotore di un progetto di legge anti-sprawl? Magari sarebbe utile, visto che una delle cose di solito ritenute più importanti in edilizia è di costruire dove ha senso, in senso lato si intende. Certo l’economista guarda solo le tabelline dei conti, ma ammettere che esiste anche qualcosa di più e inoltre magari aiuta. O no? Pensiamoci un attimo: se Fanfani col suo piano avesse semplicemente sbloccato risorse, o se Ebenezer Howard avesse venduto un sacco di copie del suo To-morrow, magari sarebbero egualmente famosi, ma nessuno di noi li collegherebbe al grande filone delle città ideali, in compagnia di Tommaso Moro o Charles Fourier. È una cosa su cui si può riflettere, vero ministro?









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Il sito di Edoardo Salzano
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Bottini, Fabrizio
( 08.10.2013 09:04 )
Per motivi tecnici mi sono provvisoriamente trasferito sul sito Millennio Urbano che (tra l'altro) contribuisco a rilanciare dopo un periodo di transizione -->
Bottini, Fabrizio
( 08.09.2013 10:07 )
Da un paio di secoli l'umanità cerca di misurarsi in con la gigantesca ameba metropolitana scatenata dai cicli di industrializzazione: urbanisti, sociologi, scrittori, ora un regista. Ma la cultura italiana mica ci arriva
-->
Barzi, Michela
( 26.08.2013 09:34 )
Le diffidenze leghiste per le diversità si manifestano naturalmente con maggiore evidenza là dove il partito governa e imperversa. Ma si tratta di una cultura pervasiva, per nulla limitata a quei territori e probabilmente neppure limitata a quell'area politica, pronta a ripresentarsi in diversi contesti -->
( 22.08.2013 19:29 )
Gli spazi simbolo del ceto medio e dei suoi consumi opulenti, diventano sacche di disagio, come dimostra il compendio di ricerche della Brookings Institution sintetizzate in un volume. Il problema è di superare la logica di questo tipo di espansione urbana, e tornare a un modello integrato di città. Dalla rivista universitaria Knowledge Wharton, agosto 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 20.08.2013 18:49 )
La globalizzazione significa soprattutto (che piaccia o meno) essere ineluttabilmente inseriti in un flusso di decisioni interrelate: la tutela delle coste nella nostra bagnarola mediterranea, per esempio -->
Eisenberg, Richard
( 10.08.2013 10:28 )
Recensionee intervista su uno dei tanti libri americani dedicati a una questione che dovrebbe però interessare molto di più anche il resto del mondo: l'immaginario collettivo sull'abitare e i suoi risvolti sociali e ovviamente ambientali. Di fatto ci sono intere generazioni cresciute nel mito antiurbano, che deve essere in qualche modo superato, insieme al tipo di consumi che si porta dietro. Forbes, 9 agosto 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 21.07.2013 09:45 )
C'è sempre qualcosa di affascinante, e al tempo stesso inquietante, nel modo in cui ci adattiamo, o proviamo a adattarci, ai mutamenti ambientali del mondo che ci circonda. Specie quando si tratta di trasformazioni consapevolmente indotte da altri, per motivi affatto umanitari -->
Bottini, Fabrizio
( 16.07.2013 08:35 )
Oltre a dire qualcosa di sinistra, come auspicano e chiedono in tanti da troppo tempo, c'è anche un'altra possibilità: quella di fare concretamente, qualcosa di sinistra, ovvero mettere in pratica e verificare gli alti principi. C'è qualche vago segnale in questo senso, basta guardarlo -->
Bottini, Fabrizio
( 11.07.2013 08:13 )
Che fare quando le migliori (e celebrate) idee si dimostrano carenti? Negare l'evidenza, oppure provare a rifletterci sopra davvero, cercando di capire se e dove esiste qualcosa di sbagliato nel modello, o nella nostra interpretazione? -->
Hetherington, Peter
( 03.07.2013 13:12 )
Un urbanista americano, curiosamente noto soprattutto per essere stato preso a pugni da una contestatrice durante un'assemblea pubblica, ha anche parecchio altro da dire sulla professione, e il ruolo nella città e la società. The Guardian, 2 luglio 2013 (f.b.) -->
Bottini, Fabrizio
( 29.06.2013 10:53 )
C'è qualcosa che non torna nell'entusiasmo da un lato per tutte le possibili tecnologie smaterializzanti dell'universo, dall'altro nel permanere di una cultura degli spazi a dir poco novecentesca, industriale, segregata. Quanto c'è di malafede, e quanto di ignoranza? -->
Bottini, Fabrizio
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Il successo dei progetti di trasformazione urbana, come suggerisce il buon senso, dipende dal loro essere urbani, inseriti in un contesto ampio con cui entrano in sinergia. Ma il peggior cieco è chi non vuol vedere ciò che gli sta attorno -->
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Vivere e camminare a Los Angeles, senza un'automobile, è compatibile con un'esistenza umana. Figuriamoci qui da noi. Los Angeles Magazine, 29 marzo 2013 -->
Vitullo-Martin, Julia
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I problemi insediativi, ambientali, socioeconomici, di qualità della vita, e infine politici, posti dal nuovo ruolo del cibo nella metropoli del terzo millennio. Non è il caso, come intuito in fondo dall'Expo milanese, di porre al centro la questione? Spotlight on the Region, marzo 2013 -->
Bottini, Fabrizio
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