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Come sopravvivere al divorzio con l’automobile
Data di pubblicazione: 17.12.2012

Autore:

Tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare, ma gli uomini (e le donne) sono santi poeti, navigatori, insomma dal dire al fare si può provare, e riuscirci. Anche in una cosa difficile come privarsi dell’ex compagna meccanica di una vita. Yes, dicembre 2012

Titolo originale: How I survived breaking up with my car – Scelto e tradotto da Fabrizio Bottini

Là dove sono cresciuta io, avere un’auto è più una necessità che una scelta, e diventa anche presto qualcosa di cui andare orgogliosi. Ero figlia dell’insegnante di discipline ambientali, nel Sud scettico, al liceo una volta ho tenuto un discorso molto puntiglioso dopo una ricerchina sul riscaldamento del pianeta, e la professoressa mi ha richiamato. Ma amavo comunque le automobili. La prima che ho avuto era una Nissan Maxima del 1989 con finiture cromate e spoiler. Se si restava chiusi fuori con le chiavi dentro, si poteva forzare il finestrino dalla parte del passeggero e sgattaiolare dentro: ero fiera anche di quello. Probabilmente lo ero perché avevo diciassette anni, e quell’automobile mi faceva assaggiare il gusto dell’indipendenza. Una ragazza che cresce a New York City può saltare in metropolitana tutte le volte che ne ha voglia. Io sono cresciuta in Kentucky, e alle superiori stavo in una zona rurale a un’ora e mezza da Louisville. Per andare a trovare qualunque amico mi serviva un passaggio. Anzi, mi serviva un passaggio per fare qualunque cosa: uno spuntino, comprarmi una maglietta, un pacchettino di gomme da masticare.

Tutte le mattine, nel Kentucky centrale, ci sono 100.000 veicoli che si riversano nell’Interstate 65, che corre da nord a sud tra Franklin e Louisville. Si viaggia 45 minuti, un’ora, anche due, per andare a lavorare, attraversando campagne e confini statali, mettendosi tutti in coda al ristorante fast food drive-through degli avamposti di Shepherdsville o Elizabethtown. C’è bisogno di quelle auto per arrivare dove si lavora, per arrivare a far spesa, per fare ogni cosa. Anch’io mi sono spostata così due anni: avanti e indietro cinque o più giorni la settimana da Louisville a Bardstown, complessivamente circa cento chilometri alla volta. L’auto non era una scelta, né per me né per chi mi viaggiava vicino. Mangiare, lavorare, non sono cose che si scelgono. Però quando pochi mesi fa mi sono trasferita a Seattle, per la prima volta ho avuto la possibilità di scegliere. E ho deciso di vendere l’auto, sperimentando di vivere senza, anche se non ho potuto venderla perché mi si è fermata di colpo poco prima. Non potevo parcheggiarla in collina (al massimo lasciarla andar giù in discesa), e comunque a Seattle non ce l’avrebbe fatta.

Non mi manca, quell’automobile — non era una Maxima del 1989 — e dopo tre mesi capisco che non mi manca proprio l’auto in generale. È la prima volta che mi trovo senza un veicolo a benzina da quando avevo diciassette anni. Il mio portachiavi è stranamente leggero. Porto il latte per qualche centinaio di metri in più. E dopo aver girato un pochino in macchina qualche volta a Seattle, si capisce che guidare non solo costa, ma è anche stressante, e in città per nulla rapido. Alla ricerca di un metodo totalmente libero per muovermi, ho scoperto che andare in bicicletta diventa anche un modo per svagarsi. Ne consegue che adesso faccio anche un sacco di moto in più (oltre a frequentare molto meno quei chioschi di hamburger drive-through). Ma ci riesco solo perché qui ci sono le infrastrutture necessarie: piste ciclabili, autobus che passano di frequente, o la prima linea di quella che promette di diventare una rete di trasporto ferroviario. Ma il Kentucky purtroppo non è che stia tanto meglio dopo essersi liberato delle nubi di fumo nerastro che sputava nell’aria la mia macchina. La valle del fiume Ohio è famosa per essere un posto dove si fa tanta fatica a respirare. Non sono solo le allergie; qualche anno fa un cardiologo dell’Università di Louisville mi ha raccontato che con quei livelli di particolato, la valle dell’Ohio è del tutto paragonabile a Pechino, Shanghai o Delhi. Certo, Pechino o altri posti in una logica mondiale di inquinamento su una carta della NASA sono peggio, ma la valle dell’Ohio è il posto peggiore degli Usa. Abbiamo un comparto dei trasporti che sputa il 28% delle emissioni di gas serra — il 97% di quelle da combustibili di origine fossile, secondo i calcoli del ministero dei Trasporti — difficile sostenere che le automobili non peggiorino il peggio.

I gruppi ambientalisti del Kentucky sanno benissimo quanto i loro concittadini dipendano dalle automobili, e hanno come obiettivo interventi molto pratici: come la campagna del Louisville Metro Air Pollution Control District contro le auto ferme a motore acceso, e la Mountain Association for Community Economic Development mette a disposizione finanziamenti e consulenza per ridurre i consumi energetici dei negozi alimentari dell’area degli Appalachi. Collaborare con la distribuzione commerciale per ridurre una delle loro uscite principali ha impedito che molti esercizi fossero obbligati a chiudere, e altri hanno aumentato le assunzioni. In un’area dove a volte bisogna guidare 45 minuti per comprarsi da mangiare — e dove c’è tanta generate che non può permettersi quel viaggio — non si tratta di qualcosa solo a favore dell’ambiente, ma di solidarietà umana. Oggi non esistono le infrastrutture per cambiare molto di più, e se qualcuno fra noi fa la sua parte per produrre meno fumi e scarti, c’è sempre “qualcun altro” a controbilanciare.

Manca la cultura. Con tutta la mia indipendenza dalle automobile oggi, e con tutto quel che so sui danni degli scarichi per il pianeta, amo ancora le macchine. Come si fa a chiedere alla gente di mettere da parte questo simbolo di indipendenza, forse lo strumento di indipendenza principale che sperimentano ogni giorno gli americani? Senza una straordinaria strutturale riforma di tutta la rete, si può tranquillamente rispondere che è impossibile. Per dirla in modo un po’ più articolato, si può affermare che prima occorre far desiderare il cambiamento, ovvero incontrarsi in qualche punto a metà strada, tra Franklin e Louisville.









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Il sito di Edoardo Salzano
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Bottini, Fabrizio
( 08.10.2013 09:04 )
Per motivi tecnici mi sono provvisoriamente trasferito sul sito Millennio Urbano che (tra l'altro) contribuisco a rilanciare dopo un periodo di transizione -->
Bottini, Fabrizio
( 08.09.2013 10:07 )
Da un paio di secoli l'umanità cerca di misurarsi in con la gigantesca ameba metropolitana scatenata dai cicli di industrializzazione: urbanisti, sociologi, scrittori, ora un regista. Ma la cultura italiana mica ci arriva
-->
Barzi, Michela
( 26.08.2013 09:34 )
Le diffidenze leghiste per le diversità si manifestano naturalmente con maggiore evidenza là dove il partito governa e imperversa. Ma si tratta di una cultura pervasiva, per nulla limitata a quei territori e probabilmente neppure limitata a quell'area politica, pronta a ripresentarsi in diversi contesti -->
( 22.08.2013 19:29 )
Gli spazi simbolo del ceto medio e dei suoi consumi opulenti, diventano sacche di disagio, come dimostra il compendio di ricerche della Brookings Institution sintetizzate in un volume. Il problema è di superare la logica di questo tipo di espansione urbana, e tornare a un modello integrato di città. Dalla rivista universitaria Knowledge Wharton, agosto 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 20.08.2013 18:49 )
La globalizzazione significa soprattutto (che piaccia o meno) essere ineluttabilmente inseriti in un flusso di decisioni interrelate: la tutela delle coste nella nostra bagnarola mediterranea, per esempio -->
Eisenberg, Richard
( 10.08.2013 10:28 )
Recensionee intervista su uno dei tanti libri americani dedicati a una questione che dovrebbe però interessare molto di più anche il resto del mondo: l'immaginario collettivo sull'abitare e i suoi risvolti sociali e ovviamente ambientali. Di fatto ci sono intere generazioni cresciute nel mito antiurbano, che deve essere in qualche modo superato, insieme al tipo di consumi che si porta dietro. Forbes, 9 agosto 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 21.07.2013 09:45 )
C'è sempre qualcosa di affascinante, e al tempo stesso inquietante, nel modo in cui ci adattiamo, o proviamo a adattarci, ai mutamenti ambientali del mondo che ci circonda. Specie quando si tratta di trasformazioni consapevolmente indotte da altri, per motivi affatto umanitari -->
Bottini, Fabrizio
( 16.07.2013 08:35 )
Oltre a dire qualcosa di sinistra, come auspicano e chiedono in tanti da troppo tempo, c'è anche un'altra possibilità: quella di fare concretamente, qualcosa di sinistra, ovvero mettere in pratica e verificare gli alti principi. C'è qualche vago segnale in questo senso, basta guardarlo -->
Bottini, Fabrizio
( 11.07.2013 08:13 )
Che fare quando le migliori (e celebrate) idee si dimostrano carenti? Negare l'evidenza, oppure provare a rifletterci sopra davvero, cercando di capire se e dove esiste qualcosa di sbagliato nel modello, o nella nostra interpretazione? -->
Hetherington, Peter
( 03.07.2013 13:12 )
Un urbanista americano, curiosamente noto soprattutto per essere stato preso a pugni da una contestatrice durante un'assemblea pubblica, ha anche parecchio altro da dire sulla professione, e il ruolo nella città e la società. The Guardian, 2 luglio 2013 (f.b.) -->
Bottini, Fabrizio
( 29.06.2013 10:53 )
C'è qualcosa che non torna nell'entusiasmo da un lato per tutte le possibili tecnologie smaterializzanti dell'universo, dall'altro nel permanere di una cultura degli spazi a dir poco novecentesca, industriale, segregata. Quanto c'è di malafede, e quanto di ignoranza? -->
Bottini, Fabrizio
( 28.04.2013 09:12 )
Il successo dei progetti di trasformazione urbana, come suggerisce il buon senso, dipende dal loro essere urbani, inseriti in un contesto ampio con cui entrano in sinergia. Ma il peggior cieco è chi non vuol vedere ciò che gli sta attorno -->
Walker, Alissa
( 02.04.2013 19:44 )
Vivere e camminare a Los Angeles, senza un'automobile, è compatibile con un'esistenza umana. Figuriamoci qui da noi. Los Angeles Magazine, 29 marzo 2013 -->
Vitullo-Martin, Julia
( 30.03.2013 19:30 )
I problemi insediativi, ambientali, socioeconomici, di qualità della vita, e infine politici, posti dal nuovo ruolo del cibo nella metropoli del terzo millennio. Non è il caso, come intuito in fondo dall'Expo milanese, di porre al centro la questione? Spotlight on the Region, marzo 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 30.03.2013 08:50 )
È passato più di un secolo da quando i futuristi volevano spazzar via tutta l'anticaglia che faceva da zavorra al progresso umano, e nel frattempo si è capito che non tutto è anticaglia e non tutto è zavorra. Però adesso un po' si esagera, in tutto il mondo, con le ideologie antimoderniste su misura -->

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