0 0 0
0
0 0 0 0 0 0
0


Mall International (in English)
0
0 > Sito di Fabrizio Bottini > Città > Spazi della dispersione

Dispersione etnica
Data di pubblicazione: 14.01.2013

Autore:

Fra i vari ritardi rispetto ai processi reali che la riflessione progressista e ambientalista sta accumulando, spicca anche la schizofrenia fra diritti e impatti sul territorio, come nel caso del rapporto fra immigrazione e insediamenti, che sta cambiando “invisibilmente” sotto i nostri occhi

A memoria del sottoscritto mi pare che l'abbiano inventata, anche questa, i cinesi: la città nuova felice e serena, magari immersa nel verde eccetera, però etnica, nel senso di caratterizzata da una certa cultura e popolazione, trapiantata artificialmente in un contesto diverso e con procedure ingegneristiche che provano a scavalcare la storia. Succedeva dopo il grande incendio di San Francisco a inizio '900, quando la comunità immigrata negli Usa di fronte alla distruzione totale della Chinatown sulle sponde della Baia, e ai problemi urbanistici e culturali di integrazione (le regole cosiddette tecniche di zoning facevano di tutto per scoraggiare presenze cinesi nei quartieri) tirò fuori dal cilindro la soluzione magica: una specie di Shanghai Due in California. Non se ne fece niente quella volta, ma almeno in teoria il dado era tratto. Ho brevemente accennato a questa vicenda nel mio La Città Conquistatrice, soprattutto nel quadro del percorso verso la dispersione urbana che, inutilmente o forse inconsapevolmente contrastato dagli urbanisti, caratterizza tutto il secolo breve e anche la nostra epoca, pur fra apparenti applausi a scena aperta alla sostenibilità. Concetto a dir poco abusato.

Cosa c'è di sostenibile in un ghetto, quando a tutti gli effetti noti del suburbio unisce anche la segregazione razziale o etnica o sociale che dir si voglia? Mistero, eppure tanta parte degli studi anche sistematici sui processi di integrazione giudicano positivo a priori ogni percorso che ricalchi quello della società ospite. Mentre invece non è affatto così. Faccio un esempio estremo e pure cretino, ma tanto per capirci. Immaginiamo un capofamiglia appartenente a una cultura che non ha alcuna familiarità con l'alcol, immigrato in un contesto invece tutto interno a consumi più o meno sociali della sostanza, e che cominci a farne uso proprio per sentirsi più integrato. Non voglio minimamente drammatizzare, ma possiamo facilmente pensare, che so, a qualche sbronza occasionale con gli amici che lascia postumi il giorno dopo, qualche ritardo o distrazione sul lavoro, o in famiglia, un po' di sovrappeso per le calorie in eccesso, e un'aspettativa di vita lievemente inferiore a un astemio, per non parlare dei costi collettivi del sistema sanitario. In pratica, nulla di diverso da quel che fanno tutti i suoi vicini di casa e colleghi non immigrati, e ovviamente nessuno lo nota, anzi tutti diranno che bel modello di integrazione! Integrazione al ribasso.

Ho fatto l'esempio del consumo di alcol perché è piuttosto schematico, ma proviamo ad applicare il modello allo stile di vita suburbano. C'è un quartiere urbano centrale degradato, e la gente esasperata non vede l'ora di andarsene il più lontano possibile, finalmente riesce a guadagnare di più, si compra un telefonino, un'automobile, e poi fa il mutuo della villetta. Sommato per vari milioni di individui questa cosa si chiama sprawl, e sappiamo che ha effetti micidiali. Con le popolazioni immigrate, o minoranze etniche che dir si voglia, succede una cosa abbastanza particolare, ovvero una forte accelerazione del processo rispetto ai cicli storici che abbiamo sperimentato noi: nel caso nostro la disurbanizzazione si è sviluppata sull'arco di tre o quattro generazioni, dalle prime concentrazioni industriali urbane all'esplosione della villettopoli autostradale dei centri commerciali e dei capannoni in cui stiamo ancora immersi. Nel caso degli immigrati integrarsi a questo processo affatto virtuoso dura molto meno, diciamo una generazione scarsa. Arriva il capofamiglia dal paese di origine, si arrangia nella inner city per un breve periodo, poi fa il salto di reddito necessario per andarsene nella casettina in periferia, moglie e figli si inseriscono nella vita della scuola, del centro commerciale, e il gioco è fatto.

Il gioco secondo il quale sia la famiglia immigrata che tutti gli altri subiscono l'inquinamento atmosferico, delle acque, il consumo di suolo da attività urbane impropriamente spalmate sul territorio, la sottrazione di spazio per la natura e l'agricoltura. Visto che esiste un ambientalismo di destra (molti lo negano, ma è una ovvia realtà) e uno di sinistra proviamo a guardare a questa curiosa forma di integrazione: è positiva? Niente, affatto, perché è identica alla faccenda del consumo di alcol, magari un percorso strumentalmente obbligato ma per nulla positivo. Adesso veniamo al dunque, perché sinora pareva che stessimo parlando in teoria, per assurdo, o generalizzando indebitamente casi del tutto eccezionali. La Chinatown sul Pacifico del primo '900 naturalmente non era riuscita, ma erano riusciti poi infiniti quartieri suburbani etnici, man mano al famoso “white flight” dai nuclei centrali metropolitani si univa una migrazione di secondo grado, magari prima dei bianchi non wasp, italiani prima o latini o centroeuropei dopo, e poi neri, asiatici ecc. L'impatto ambientale, la relativa segregazione sociale del suburbio sul modello casalinghe disperate, non smettono di esistere se cambiamo un po' la foggia dei vestiti, il taglio degli occhi, la foto della nonna sul comò.

Ecco, per il caso americano questa cosa è stata ampiamente studiata, sia negli aspetti di impatto territoriale che culturale che elettorale, ad esempio dal programma metropolitano della Brookings. Ma, e qui non ci stanchiamo mai di sottolinearlo, quel che succede al di là dell'oceano prima o poi ce lo ritroviamo anche in casa nostra, puntuale come il raffreddore d'inverno. E in questo caso altrettanto pericoloso: perché quando si vuole intervenire con i classici strumenti della pianificazione territoriale e della programmazione, nel caso specifico si incontra un nuovo inatteso ostacolo, ovvero i politici progressisti, e indubitabilmente a questo punto miopi e frescaccioni. Che recepiscono la protesta etnica un po' nimby accusando di strisciante razzismo chi invece ce l'ha col suburbio, mica con chi lo abita. Cose già successe per esempio con fior di comunità nere, che respingono fieramente i progetti di mobilità dolce perché “razzisti”: con tutti i sacrifici che ho fatto per comprarmi la macchina, adesso voglio usarla anche per andare in bagno, è un mio diritto costituzionale!

Bene, adesso ci siamo, come era prevedibile, e uno studio scientifico del demografo Philip Rees dell'Università di Leeds rileva la sedimentazione del fenomeno anche nel Regno Unito. Che con tutte le distinzioni del caso è Europa, anche se bisogna viaggiare un'oretta e mezza per arrivare nel cuore del continente. Ha senso continuare ancora ad applaudire frenetici quando la famigliola sudamericana si compra una villetta fra Abbiategrasso e Vigevano? Non c'è qualche eccesso di politically correct nello zittire chiunque sollevi il problema? Magari anche nella forma di critica a quanti si entusiasmano, a sinistra, per la cosiddetta forte capacità di integrazione del tessuto paesano nazionale, che storicamente è proprio l'armatura su cui le amministrazioni locali hanno costruito negli anni l'insediamento disperso che in teoria si vorrebbe combattere straparlando di consumo di suolo, ma in realtà promuovendolo a man bassa? Lascio queste questioni in sospeso, naturalmente ci sarà modo di tornarci sopra, magari a proposito dei programmi elettorali per le prossime scadenze regionali e nazionali.
Per adesso, gli interessati possono leggersi il piccolo segnale di allarme dello sbarco ufficiale del problema sul Guardian il 14 gennaio, l'articolo è di un “etnico” come Hugh Muir, e intitolato asetticamente “la composizione etnica del suburbio”. Chi ha orecchie per intendere provi a sturarsele dal cerume ideologico, fa sempre bene.








0

Il sito di Edoardo Salzano
0
Bottini, Fabrizio
( 08.10.2013 09:04 )
Per motivi tecnici mi sono provvisoriamente trasferito sul sito Millennio Urbano che (tra l'altro) contribuisco a rilanciare dopo un periodo di transizione -->
Bottini, Fabrizio
( 08.09.2013 10:07 )
Da un paio di secoli l'umanità cerca di misurarsi in con la gigantesca ameba metropolitana scatenata dai cicli di industrializzazione: urbanisti, sociologi, scrittori, ora un regista. Ma la cultura italiana mica ci arriva
-->
Barzi, Michela
( 26.08.2013 09:34 )
Le diffidenze leghiste per le diversità si manifestano naturalmente con maggiore evidenza là dove il partito governa e imperversa. Ma si tratta di una cultura pervasiva, per nulla limitata a quei territori e probabilmente neppure limitata a quell'area politica, pronta a ripresentarsi in diversi contesti -->
( 22.08.2013 19:29 )
Gli spazi simbolo del ceto medio e dei suoi consumi opulenti, diventano sacche di disagio, come dimostra il compendio di ricerche della Brookings Institution sintetizzate in un volume. Il problema è di superare la logica di questo tipo di espansione urbana, e tornare a un modello integrato di città. Dalla rivista universitaria Knowledge Wharton, agosto 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 20.08.2013 18:49 )
La globalizzazione significa soprattutto (che piaccia o meno) essere ineluttabilmente inseriti in un flusso di decisioni interrelate: la tutela delle coste nella nostra bagnarola mediterranea, per esempio -->
Eisenberg, Richard
( 10.08.2013 10:28 )
Recensionee intervista su uno dei tanti libri americani dedicati a una questione che dovrebbe però interessare molto di più anche il resto del mondo: l'immaginario collettivo sull'abitare e i suoi risvolti sociali e ovviamente ambientali. Di fatto ci sono intere generazioni cresciute nel mito antiurbano, che deve essere in qualche modo superato, insieme al tipo di consumi che si porta dietro. Forbes, 9 agosto 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 21.07.2013 09:45 )
C'è sempre qualcosa di affascinante, e al tempo stesso inquietante, nel modo in cui ci adattiamo, o proviamo a adattarci, ai mutamenti ambientali del mondo che ci circonda. Specie quando si tratta di trasformazioni consapevolmente indotte da altri, per motivi affatto umanitari -->
Bottini, Fabrizio
( 16.07.2013 08:35 )
Oltre a dire qualcosa di sinistra, come auspicano e chiedono in tanti da troppo tempo, c'è anche un'altra possibilità: quella di fare concretamente, qualcosa di sinistra, ovvero mettere in pratica e verificare gli alti principi. C'è qualche vago segnale in questo senso, basta guardarlo -->
Bottini, Fabrizio
( 11.07.2013 08:13 )
Che fare quando le migliori (e celebrate) idee si dimostrano carenti? Negare l'evidenza, oppure provare a rifletterci sopra davvero, cercando di capire se e dove esiste qualcosa di sbagliato nel modello, o nella nostra interpretazione? -->
Hetherington, Peter
( 03.07.2013 13:12 )
Un urbanista americano, curiosamente noto soprattutto per essere stato preso a pugni da una contestatrice durante un'assemblea pubblica, ha anche parecchio altro da dire sulla professione, e il ruolo nella città e la società. The Guardian, 2 luglio 2013 (f.b.) -->
Bottini, Fabrizio
( 29.06.2013 10:53 )
C'è qualcosa che non torna nell'entusiasmo da un lato per tutte le possibili tecnologie smaterializzanti dell'universo, dall'altro nel permanere di una cultura degli spazi a dir poco novecentesca, industriale, segregata. Quanto c'è di malafede, e quanto di ignoranza? -->
Bottini, Fabrizio
( 28.04.2013 09:12 )
Il successo dei progetti di trasformazione urbana, come suggerisce il buon senso, dipende dal loro essere urbani, inseriti in un contesto ampio con cui entrano in sinergia. Ma il peggior cieco è chi non vuol vedere ciò che gli sta attorno -->
Walker, Alissa
( 02.04.2013 19:44 )
Vivere e camminare a Los Angeles, senza un'automobile, è compatibile con un'esistenza umana. Figuriamoci qui da noi. Los Angeles Magazine, 29 marzo 2013 -->
Vitullo-Martin, Julia
( 30.03.2013 19:30 )
I problemi insediativi, ambientali, socioeconomici, di qualità della vita, e infine politici, posti dal nuovo ruolo del cibo nella metropoli del terzo millennio. Non è il caso, come intuito in fondo dall'Expo milanese, di porre al centro la questione? Spotlight on the Region, marzo 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 30.03.2013 08:50 )
È passato più di un secolo da quando i futuristi volevano spazzar via tutta l'anticaglia che faceva da zavorra al progresso umano, e nel frattempo si è capito che non tutto è anticaglia e non tutto è zavorra. Però adesso un po' si esagera, in tutto il mondo, con le ideologie antimoderniste su misura -->

Chi fa Eddyburg | Copyright e responsabilità | Sostenere Eddyburg | Chi sostiene Eddyburg