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La carota dello sprawl e il bastone della densità urbana
Data di pubblicazione: 20.01.2013

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Quando si spostano le popolazioni verso i nuclei urbani densi solo con la leva dei prezzi delle case, ferma restando l'aspirazione alla casetta suburbana con giardino e tutto il resto, c'è qualcosa che non va nelle politiche insediative e dei servizi: è il mercato complessivo dell'offerta che deve cambiare

Sono almeno trent'anni che da un lato proseguono le ricerche della corrente culturale genericamente etichettata new urbanism per nuovi modelli abitativi, e dall'altro le critiche di chi, anche in una prospettiva progressista e ambientalista, ne evidenzia i limiti. Il limite principale è naturalmente quello ideologico, ed emerge quasi comicamente in certi progetti di quartieri sedicenti TOD, Transit Oriented Development, dove poi manca la componente del trasporto pubblico, o perché qualche motivo inatteso (ma che si sarebbe dovuto prevedere) ne ha sinora impedito la realizzazione, o perché semplicemente si tratta di un segno sulla carta, di una trappola per gonzi, di un modo per giustificare certe forme architettoniche alla moda. Resta comunque il fatto che, con tutte le critiche possibili e immaginabili, quelle del new urbanism sono ottime ricerche, specie se le intendiamo in senso lato, ovvero estese alle altre discipline che studiano il territorio anche dopo il completamento dei progetti, quando quegli spazi iniziano a modificarsi ulteriormente per via dell'uso che ne viene fatto, delle dinamiche sociali, economiche, ambientali che in essi hanno modo di svilupparsi.

Anche qui esistono le critiche benintenzionate e progressiste, ai cosiddetti quartieri della creative class nell'accezione resa nota in tutto il mondo dal sociologo Richard Florida: sono esclusivi, si rivolgono a una élite di giovani fortunati e particolari, che hanno scelto un percorso esistenziale difficilmente estendibile e generalizzabile. La caricatura, anche qui, è molto chiara e verificabile in una serie infinita di contributi scritti a carattere giornalistico divulgativo o scientifico sistematico. In pratica, ci sarebbe il quartiere estratto dall'opuscolo pubblicitario immobiliare, popolato da una razza eletta di ragazzi belli ed elegantemente casual, costantemente intenti a digitare chissà cosa su un tablet o altra tastiera portatile, in spazi pubblici di altissimo profilo ambientale e tecnologico, dove i collegamenti senza fili si respirano come l'aria pura, e le architetture mescolano come d'incanto ogni comodità moderna e mille richiami a ogni splendido ricordo urbano.

Caricatura immobiliarista, appunto, che nella realtà poi non solo si riduce a pochissimi esempi, ma anche qualitativamente non va oltre le versioni postmoderne del centro commerciale con innestato un residence, i cosiddetti lifestyle center. Se proviamo a uscire sia dallo specifico nordamericano che dai casi estremi delle evidenti caricature, il panorama in effetti cambia poco, almeno se si rimane nella logica della ricetta spaziale pronta, dei progetti chiavi in mano proposti sul mercato invece che dei processi di politica urbana un pochino meno schematici, ma di sicuro più interessanti. Qui una alternativa possibile inizia ad emergere proprio se la si cerca in quanto tale, ovvero “cambiando paradigma” come si dice in certe discussioni di solito ahimè piuttosto fumose: un cambio di paradigma che parte da una certa consapevolezza ambientale, ma tocca subito i modelli di vita, diventando appunto lifestyle senza per forza farsi chiudere nello scatolone di un center. Il quartiere urbano ideale insomma non esiste, ma spunta localmente dalle storie incrociate della città e della società, assumendo via via le forme del borgo antico rinnovato e ampliato negli spazi pubblici, o quelle post-moderne dell'ambiente razionalista ripulito dall'invadenza delle infrastrutture monopolizzate dall'auto privata, o altri modelli spuri che crescono variamente appoggiandosi alla nuova mobilità o alla sua riduzione, grazie alle tecnologie online.

Purtroppo qui la caricatura finisce per produrla il cosiddetto mercato, quando si rivela incapace di cogliere gli spunti innovativi di una domanda latente, e resta aggrappato (come nel caso degli adoratori acritici della crescita quantitativa di tutto) ai suoi modelli storici, a volte persino ridicoli, su cui però si plasmano gli investimenti, condizionanti anche quando a pensarci bene suonano davvero assurdi, quanto il fumo di una sigaretta sbuffato amorevolmente su un bambino che si allatta. Un esempio lampante del genere è un articolo pubblicato dal periodico economico Bloomberg, dove platealmente ignorando qualunque nuova tendenza si distingue il mondo in due parti: quelli che possono soddisfare le esigenze umane, e quelli che si devono adattare al meno peggio. Le esigenze umane, così come per esempio ce le raccontano i teorici della dispersione urbana coatta da sempre, sarebbero quelle di abitare nella versione contemporanea della capanna di tronchi, meglio se su qualche centinaio di metri quadrati di superficie coperta, con qualche migliaio di metri quadri di giardino privato attorno, e il complemento classico di superstrade, centri commerciali, parchi per uffici posti a distanza siderale.

Dato che anche là dove di spazio ce ne pare essere in abbondanza, come in Australia, le pubbliche amministrazioni si sono accorte che questo sogno non è affatto tale, anzi ci si avvicina pericolosamente all'incubo (le crisi parallele climatica ed energetica discendono soprattutto da quel modello insediativo e socioeconomico, non dalla scimmia), la gente si adegua. Ma a sentire i nostri analisti immobiliari lo fa soffrendo, non capisce, si sente esclusa dal sogno e ingiustamente penalizzata, perché? Perché l'unica leva individuata è stata quella economico-fiscale, che fa costare molto di più le casette, per chi vuole comprarsele, e poi la benzina per andare e venire da qualunque posto, e poi tutti gli stili di vita connessi, dall'erba falciata ai consumi compulsivi di elettrodomestici familiari mangia-energia.

E' poi vero che questo sogno è un sogno, oppure si tratta semplicemente di una ingenuità infantile? La risposta, indirettamente, ce la danno proprio le (anche giustamente) criticate ricerche new urbanism coi loro quartieri che inseguono una qualità abitativa possibile, senza ricorrere allo scatolino preconfezionato ottocentesco del cottage. Perché di questo stiamo parlando: tutto discende da quell'incrocio paleoindustriale fra la capanna di tronchi del pastore o del pioniere, e la villa del nobile possidente che domina la tenuta agricola. La genialità progettuale degli architetti, degli ingegneri impiantisti, degli arredatori e giardinieri, ha fissato a metà del XIX secolo quell'idea di contenitore della nuova famiglia nucleare piccolo borghese, per sfuggire (questo in fondo era il sogno) agli squilibri della metropoli industriale. Poi l'automobilismo di massa ha aperto nuove frontiere spaziali, anche al decentrarsi di attività economiche e servizi, ma non avevamo fatto i conti con l'esaurimento delle risorse e gli impatti ambientali di questo modello.

La domanda è: vogliamo certe cose, ma quali, esattamente? Impossibile, che si sogni una villetta, esattamente come impossibile si sogni un'automobile, o una lavatrice, o un hamburger con la maionese al fast-food. Questi sono sogni indotti dalla pubblicità e dalla propaganda, basta pensarci un istante per capire che se sogniamo qualcosa del genere, è abitare comodi, spostarci quando ci pare e comodamente, essere puliti e in ordine, mangiare qualcosa di buono quando ci va. Ed è la ricerca, e la sperimentazione collettiva, specie se guidata da chi non ha alcun interesse a prenderci in giro (di solito lo eleggiamo proprio per questo) a indicarci strade possibili, e magari a rendercele più facili da percorrere. Altro che sogni surgelati da consumare nei modi e nei tempi stabiliti dai signori del “mercato” a senso unico!

Per chi vuole leggersi l'originale di queste sciocchezze, tutte rigorosamente corredate di tabelline (che però non trasformano le faccende faziose in altro), si veda il benintenzionato Nichola Saminather, Gli australiani economicamente esclusi dal sogno si accontentano di un balcone invece del giardino, Bloomberg, 15 gennaio








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Il sito di Edoardo Salzano
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Bottini, Fabrizio
( 08.10.2013 09:04 )
Per motivi tecnici mi sono provvisoriamente trasferito sul sito Millennio Urbano che (tra l'altro) contribuisco a rilanciare dopo un periodo di transizione -->
Bottini, Fabrizio
( 08.09.2013 10:07 )
Da un paio di secoli l'umanità cerca di misurarsi in con la gigantesca ameba metropolitana scatenata dai cicli di industrializzazione: urbanisti, sociologi, scrittori, ora un regista. Ma la cultura italiana mica ci arriva
-->
Barzi, Michela
( 26.08.2013 09:34 )
Le diffidenze leghiste per le diversità si manifestano naturalmente con maggiore evidenza là dove il partito governa e imperversa. Ma si tratta di una cultura pervasiva, per nulla limitata a quei territori e probabilmente neppure limitata a quell'area politica, pronta a ripresentarsi in diversi contesti -->
( 22.08.2013 19:29 )
Gli spazi simbolo del ceto medio e dei suoi consumi opulenti, diventano sacche di disagio, come dimostra il compendio di ricerche della Brookings Institution sintetizzate in un volume. Il problema è di superare la logica di questo tipo di espansione urbana, e tornare a un modello integrato di città. Dalla rivista universitaria Knowledge Wharton, agosto 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 20.08.2013 18:49 )
La globalizzazione significa soprattutto (che piaccia o meno) essere ineluttabilmente inseriti in un flusso di decisioni interrelate: la tutela delle coste nella nostra bagnarola mediterranea, per esempio -->
Eisenberg, Richard
( 10.08.2013 10:28 )
Recensionee intervista su uno dei tanti libri americani dedicati a una questione che dovrebbe però interessare molto di più anche il resto del mondo: l'immaginario collettivo sull'abitare e i suoi risvolti sociali e ovviamente ambientali. Di fatto ci sono intere generazioni cresciute nel mito antiurbano, che deve essere in qualche modo superato, insieme al tipo di consumi che si porta dietro. Forbes, 9 agosto 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 21.07.2013 09:45 )
C'è sempre qualcosa di affascinante, e al tempo stesso inquietante, nel modo in cui ci adattiamo, o proviamo a adattarci, ai mutamenti ambientali del mondo che ci circonda. Specie quando si tratta di trasformazioni consapevolmente indotte da altri, per motivi affatto umanitari -->
Bottini, Fabrizio
( 16.07.2013 08:35 )
Oltre a dire qualcosa di sinistra, come auspicano e chiedono in tanti da troppo tempo, c'è anche un'altra possibilità: quella di fare concretamente, qualcosa di sinistra, ovvero mettere in pratica e verificare gli alti principi. C'è qualche vago segnale in questo senso, basta guardarlo -->
Bottini, Fabrizio
( 11.07.2013 08:13 )
Che fare quando le migliori (e celebrate) idee si dimostrano carenti? Negare l'evidenza, oppure provare a rifletterci sopra davvero, cercando di capire se e dove esiste qualcosa di sbagliato nel modello, o nella nostra interpretazione? -->
Hetherington, Peter
( 03.07.2013 13:12 )
Un urbanista americano, curiosamente noto soprattutto per essere stato preso a pugni da una contestatrice durante un'assemblea pubblica, ha anche parecchio altro da dire sulla professione, e il ruolo nella città e la società. The Guardian, 2 luglio 2013 (f.b.) -->
Bottini, Fabrizio
( 29.06.2013 10:53 )
C'è qualcosa che non torna nell'entusiasmo da un lato per tutte le possibili tecnologie smaterializzanti dell'universo, dall'altro nel permanere di una cultura degli spazi a dir poco novecentesca, industriale, segregata. Quanto c'è di malafede, e quanto di ignoranza? -->
Bottini, Fabrizio
( 28.04.2013 09:12 )
Il successo dei progetti di trasformazione urbana, come suggerisce il buon senso, dipende dal loro essere urbani, inseriti in un contesto ampio con cui entrano in sinergia. Ma il peggior cieco è chi non vuol vedere ciò che gli sta attorno -->
Walker, Alissa
( 02.04.2013 19:44 )
Vivere e camminare a Los Angeles, senza un'automobile, è compatibile con un'esistenza umana. Figuriamoci qui da noi. Los Angeles Magazine, 29 marzo 2013 -->
Vitullo-Martin, Julia
( 30.03.2013 19:30 )
I problemi insediativi, ambientali, socioeconomici, di qualità della vita, e infine politici, posti dal nuovo ruolo del cibo nella metropoli del terzo millennio. Non è il caso, come intuito in fondo dall'Expo milanese, di porre al centro la questione? Spotlight on the Region, marzo 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 30.03.2013 08:50 )
È passato più di un secolo da quando i futuristi volevano spazzar via tutta l'anticaglia che faceva da zavorra al progresso umano, e nel frattempo si è capito che non tutto è anticaglia e non tutto è zavorra. Però adesso un po' si esagera, in tutto il mondo, con le ideologie antimoderniste su misura -->

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