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Mall International (in English)
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L'urbanistica come alternativa all'esercito
Data di pubblicazione: 04.02.2013

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Un critico di architettura una decina d'anni fa paragonava l'attacco alle torri gemelle a una strategia di trasformazione urbana con strumenti militari, come quella di Haussmann. Adesso un bell'articolo di Richard Florida ribalta la prospettiva, in modo realistico

Che ci sia una correlazione fra l'idea di città e l'idea di conquista, non è certo una grande e innovativa intuizione del sottoscritto. Solo per restare a tempi abbastanza vicini ai nostri, mi piace ricordare l'enfasi con cui il nostro giovane e (anche un po' troppo) entusiasta Bruno Zevi proponeva nell'immediato dopoguerra all'American Planning Association di sfruttare l'abbrivio della immagine vincente degli Usa nel mondo, dopo la sconfitta dell'Asse e l'avvio del processo di ricostruzione soprattutto in Europa, come vero e proprio arnese di politica estera. Cosa c'è di più propagandistico, per quello che si propone come modello universale di way of life consumi lavoro relazioni, argomentava Zevi, che proporre addirittura il know-how che sta alla base degli spazi fisici entro cui poi quelle relazioni di sviluppano. Naturalmente sappiamo poi come è andata a finire: del vero e proprio sistema di valori ai vincitori della guerra importava abbastanza poco, valeva di più il famoso binomio militar-industriale, e a cascata l'imposizione di una serie di prodotti e sistemi in punta di baionetta, poi di informatica-finanza, sino ai nostri giorni. Ma l'intuizione non ha per questo smesso di essere del tutto valida e fondata.
Del resto, anche se in forma un po' caricaturale e a volte perniciosa, è proprio simbolicamente quello il processo in cui combattono a colpi di rendering gli studi delle archistar internazionali. Prendiamo il caso più recente e pubblicizzato, l'inaugurazione del grattacielo Shard progettato dallo studio di Renzo Piano in centro a Londra, in un'area di grande interesse nella fascia a sud del fiume. Si è parlato molto di quell'edificio, dal solito folkloristico “torre più alta d'Europa” o punto di osservazione inusitato del panorama metropolitano, alle innovazioni urbanistiche introdotte, prima fra tutte l'eliminazione del traffico automobilistico aggiunto, cancellando ogni previsione di parcheggio: i visitatori allo Shard ci devono andare a piedi, o coi mezzi pubblici, o in taxi, o farsi accompagnare in macchina dalla zia che poi al volo si allontana, perché lì non troverà mai, nemmeno pagando oro, una piazzola di sosta. Ma un commentatore più attento ci ha visto dell'altro, in quella grossa scheggia emergente sullo skyline della capitale finanziaria mondiale, e cioè la punta di un iceberg per nulla subacqueo: l'avanzata di una nuova forma di politica estera dei potentati mediorientali, sotto forma di investimenti immobiliari sparpagliati ovunque sul globo.
Secondo Peter Beaumont, esperto di politica estera dell'Observer, gli emiri del Qatar si stanno impossessando del mondo a modo loro, usando intelligentemente i soldi del petrolio e del gas, reinvestendoli in attività varie, di cui quel pur vistoso enorme grattacielo rappresenta la forma tangibile, ma i cui effetti e reti scorrono sotterranei, subliminali a volte, a permeare di sé vari scenari, urbani e non. Illuminato in questa luce di stravagante nuova conquista delle anime, che dire ad esempio del Master Plan appena presentato da un altro braccio armato urbanistico del Qatar per la nostra Costa Smeralda in Sardegna? Gli amministratori locali, come già avevano fatto prima con l'Aga Kahn, poi con Berlusconi, si precipitano a mendicare qualunque forma di investimento nel solito turismo suburbano a colpi di sprawl costiero, con complemento di un terminal riservato aeroportuale, in cui pare (dai pettegolezzi della sorveglianza) sfilino a decine le misteriose mogli velate dei nuovi padroni. Ma anche il nuovo e inopinato consumo di suolo e impatto ambientale assume tinte addirittura più fosche, se inizia a configurarsi come conquista militare di nuovi territori a colpi di progetti urbanistici, in cui una norma tecnica equivale a un trattato di pace e concessione politica internazionale. La profezia di Zevi, dove invece degli hamburger della villetta e dell'utilitaria per tutti, il messaggio pare più sottile: non sarà mica una specie di jihad virtuale?
E allora si illumina di luce diversa anche il bell'articolo proposto domenica 3 febbraio da Richard Florida sul newyorkese Daily News, apparentemente di puro sostegno ad una specie di promozione politica del sindaco Micheal Bloomberg a Washington, alla fine del mandato che scade tra non molto. La riflessione di Florida parte da alcune considerazioni non molto esplicitate qui in Europa, ovvero che gran parte del sostegno politico alle due elezioni di Barack Obama si poggia non solo sulle fasce emergenti di giovani multietnici e immigrati non-bianchi, ma che si tratta principalmente di ceti urbani. Molto schematicamente, se l'elettore tipo della destra Repubblicana lo possiamo virtualmente dipingere come il classico maschio bianco col Suv che si sposta fra svincoli centri commerciali villettopoli dispersa, il sostenitore/sostenitrice di Obama prende l'ascensore, va in metro, magari inforca la bici nell'androne di un condominio di dieci piani in un quartiere popolare centrale. Una divisione strumentale e tagliata con l'accetta, ma che fa il paio con tantissimi altri ragionamenti, per esempio gli infiniti rapporti della Brookings Institution sul ruolo centrale economico, anche mondiale, dei nodi metropolitani, o le scelte dell'amministrazione federale per il sostegno all'occupazione durante la crisi, che avevano quantomeno provato a uscire dalla logica dell'equazione automatica opere pubbliche = infrastrutture che promuovono urbanizzazioni disperse.
A questo, Richard Florida aggiunge la prospettiva vetusta dell'attuale struttura federale per lo sviluppo urbano, tutt'ora strascico dell'antico Housing and Urban Development nato a cavallo tra le due guerre, in piena epoca di suburbanizzazione da un lato, e urban renewal sventratore dall'altro. La domanda è: non avrebbe molto, ma molto più senso, sostituire al glorioso ente per l'erogazione di fondi ai quartieri popolari di palazzoni (o a quelli a cul-de-sac automobilistici) una nuova entità più dinamica, aperta ai temi dello sviluppo economico, a quelli emergenti climatici ed energetici, e affidarne la struttura a uno che con tutti questi temi ha ampiamente dimostrato di saperci fare alla grande, come il sindaco di New York, Bloomberg? Perché la Grande Mela, oltre ad essere da sempre uno dei poli della globalizzazione finanziaria, nei due mandati del sindaco ha anche dimostrato di essere all'avanguardia anche in altri aspetti un po' meno viziosi della globalizzazione, come i progetti di sostenibilità energetica, l'agricoltura urbana, e last but not least l'esemplare gestione di un caso da manuale di emergenza climatica come la potenziale catastrofe dell'uragano Sandy.
Insomma, come ci dicono di solito senza tante mezze parole studi e convegni dell'ONU sul tema dell'urbanizzazione del pianeta, la malattia contiene anche al suo interno il siero in grado di curarla. Se gli stati nazionali, a partire da quelli più grandi e potenti, cominciano davvero a investire in modo progressivo e progressista sulle concentrazioni urbane, per renderle ancora più concentrate e ancora più urbane in senso lato, l'antidoto ai grandi mali ambientali sociali ed energetici della Terra forse si avvicina. E fare un passo del genere in una logica democratica, trasparente, che rende conto agli elettori delle proprie scelte, significa anche contrastare le politiche estere striscianti, magari favorite da altri governi nazionali e locali meno lungimiranti, di chi si infiltra nei territori con le proprie, di politiche urbane. Se si vuole proprio distinguere fra destra e sinistra, nell'epoca della globalizzazione, pare davvero che si possa ancora tornare al vecchio adagio: il quartiere urbano è progressista, le villette con giardino nascoste da alte siepi sono reazionarie. Anche quando la guerra non si combatte nelle trincee con la baionetta innestata, ma discutendo di politiche urbanistiche.
Per chi volesse dare un'occhiata diretta ai tre testi che ho direttamente citato per nome e cognome: prima di tutti il nostro Bruno Zevi, con la sua conferenza L'urbanistica come strumento di politica estera che ho tradotto su Mall dal Journal of the American Institute of Planners, inverno 1946; poi la tesi dell'esperto di politica estera dell'Observer Peter Beaumont, secondo cui Il Qatar si sta impossessando del mondo pubblicata lo scorso luglio; infine l'appello di Richard Florida perchè Obama ci lasci una duratura eredità urbana magari promuovendo a Washington il sindaco Micheal Bloomberg, proposto domenica 3 febbraio sul sito del New York Daily News








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Il sito di Edoardo Salzano
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Bottini, Fabrizio
( 08.10.2013 09:04 )
Per motivi tecnici mi sono provvisoriamente trasferito sul sito Millennio Urbano che (tra l'altro) contribuisco a rilanciare dopo un periodo di transizione -->
Bottini, Fabrizio
( 08.09.2013 10:07 )
Da un paio di secoli l'umanità cerca di misurarsi in con la gigantesca ameba metropolitana scatenata dai cicli di industrializzazione: urbanisti, sociologi, scrittori, ora un regista. Ma la cultura italiana mica ci arriva
-->
Barzi, Michela
( 26.08.2013 09:34 )
Le diffidenze leghiste per le diversità si manifestano naturalmente con maggiore evidenza là dove il partito governa e imperversa. Ma si tratta di una cultura pervasiva, per nulla limitata a quei territori e probabilmente neppure limitata a quell'area politica, pronta a ripresentarsi in diversi contesti -->
( 22.08.2013 19:29 )
Gli spazi simbolo del ceto medio e dei suoi consumi opulenti, diventano sacche di disagio, come dimostra il compendio di ricerche della Brookings Institution sintetizzate in un volume. Il problema è di superare la logica di questo tipo di espansione urbana, e tornare a un modello integrato di città. Dalla rivista universitaria Knowledge Wharton, agosto 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 20.08.2013 18:49 )
La globalizzazione significa soprattutto (che piaccia o meno) essere ineluttabilmente inseriti in un flusso di decisioni interrelate: la tutela delle coste nella nostra bagnarola mediterranea, per esempio -->
Eisenberg, Richard
( 10.08.2013 10:28 )
Recensionee intervista su uno dei tanti libri americani dedicati a una questione che dovrebbe però interessare molto di più anche il resto del mondo: l'immaginario collettivo sull'abitare e i suoi risvolti sociali e ovviamente ambientali. Di fatto ci sono intere generazioni cresciute nel mito antiurbano, che deve essere in qualche modo superato, insieme al tipo di consumi che si porta dietro. Forbes, 9 agosto 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 21.07.2013 09:45 )
C'è sempre qualcosa di affascinante, e al tempo stesso inquietante, nel modo in cui ci adattiamo, o proviamo a adattarci, ai mutamenti ambientali del mondo che ci circonda. Specie quando si tratta di trasformazioni consapevolmente indotte da altri, per motivi affatto umanitari -->
Bottini, Fabrizio
( 16.07.2013 08:35 )
Oltre a dire qualcosa di sinistra, come auspicano e chiedono in tanti da troppo tempo, c'è anche un'altra possibilità: quella di fare concretamente, qualcosa di sinistra, ovvero mettere in pratica e verificare gli alti principi. C'è qualche vago segnale in questo senso, basta guardarlo -->
Bottini, Fabrizio
( 11.07.2013 08:13 )
Che fare quando le migliori (e celebrate) idee si dimostrano carenti? Negare l'evidenza, oppure provare a rifletterci sopra davvero, cercando di capire se e dove esiste qualcosa di sbagliato nel modello, o nella nostra interpretazione? -->
Hetherington, Peter
( 03.07.2013 13:12 )
Un urbanista americano, curiosamente noto soprattutto per essere stato preso a pugni da una contestatrice durante un'assemblea pubblica, ha anche parecchio altro da dire sulla professione, e il ruolo nella città e la società. The Guardian, 2 luglio 2013 (f.b.) -->
Bottini, Fabrizio
( 29.06.2013 10:53 )
C'è qualcosa che non torna nell'entusiasmo da un lato per tutte le possibili tecnologie smaterializzanti dell'universo, dall'altro nel permanere di una cultura degli spazi a dir poco novecentesca, industriale, segregata. Quanto c'è di malafede, e quanto di ignoranza? -->
Bottini, Fabrizio
( 28.04.2013 09:12 )
Il successo dei progetti di trasformazione urbana, come suggerisce il buon senso, dipende dal loro essere urbani, inseriti in un contesto ampio con cui entrano in sinergia. Ma il peggior cieco è chi non vuol vedere ciò che gli sta attorno -->
Walker, Alissa
( 02.04.2013 19:44 )
Vivere e camminare a Los Angeles, senza un'automobile, è compatibile con un'esistenza umana. Figuriamoci qui da noi. Los Angeles Magazine, 29 marzo 2013 -->
Vitullo-Martin, Julia
( 30.03.2013 19:30 )
I problemi insediativi, ambientali, socioeconomici, di qualità della vita, e infine politici, posti dal nuovo ruolo del cibo nella metropoli del terzo millennio. Non è il caso, come intuito in fondo dall'Expo milanese, di porre al centro la questione? Spotlight on the Region, marzo 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 30.03.2013 08:50 )
È passato più di un secolo da quando i futuristi volevano spazzar via tutta l'anticaglia che faceva da zavorra al progresso umano, e nel frattempo si è capito che non tutto è anticaglia e non tutto è zavorra. Però adesso un po' si esagera, in tutto il mondo, con le ideologie antimoderniste su misura -->

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