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Compagno cittadino, sorella pantegana
Data di pubblicazione: 10.02.2013

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Si moltiplicano anche nelle metropoli occidentali gli scontri, cruenti e non, tra le varie faune urbane, e ovviamente si pone il problema per il predatore principale, ovvero il bipede homo sapiens: sino a che punto possiamo convivere con il liberismo naturalistico praticato sinora?

Un pericoloso predatore, portatore di micidiali malattie oltre che aggressivo e subdolo, si infila nelle culle dei bambini a succhiargli il sangue. Pare una storia ottocentesca di vampiri, ma anche se il teatro nebbiosamente londinese magari ci sta, si tratta invece di una cronaca domenicale del quotidiano The Independent. Succede che l'ennesima volpe urbana troppo curiosa e invadente si sia intrufolata fino alla camera di un neonato (quattro settimane) e da bravo carnivoro predatore sia andata ad assaggiare cosa offriva il convento. Attirata dalle urla del bambino, sua madre si è precipitata dentro sorprendendo l'animale mentre affondava i denti nella manina sporgente dalle coperte. Grosso spavento, e un certo lavoro per i chirurghi del pronto soccorso all'ospedale di Bromley, ma pare che il piccolo si stia riprendendo in fretta.

Anche il sindaco Boris Johnson ha reagito prontamente, invitando le autorità responsabili a non considerare l'accaduto solo un problema della polizia o dei medici, perché gli animali urbani come le volpi “Magari possono apparire simpatiche e una presenza romantica, ma si tratta anche di una minaccia specie nelle città. Questo avvenimento serva anche come allerta per tutti i livelli amministrativi di Londra responsabili delle disinfestazioni e della fauna, perché collaborino a capire un problema in crescita, e agiscano immediatamente a risolverlo”. Si calcola che siano circa diecimila le volpi che abitano l'area urbana di Londra, e ovviamente non si può pensare né di trattarle come si trattano ormai da molti decenni i topi o le zanzare in città, a colpi di tonnellate di veleni sparsi ovunque, né di considerarle come nelle parole del sindaco “simpatiche e romantiche”. Perché una cosa è sicura: c'è una bella differenza tra un gatto domestico, o un geranio sul balcone, e il ruolo crescente e contraddittorio assunto dalla natura in città negli ultimi decenni.

È questa anche, più o meno, la tesi del cosiddetto “Elogio della pantegana” proposto da alcuni politici e giornalisti a Milano con l'occasione dell'ultima campagna elettorale, a cui si aggiunge il dibattito sulla cosiddetta oasi ecologica alla Darsena dei Navigli. Succede infatti che un cantiere abbandonato per anni (un grosso cantiere, per realizzare nientemeno che un autosilo sotto il grande specchio d'acqua in centro città) si sia col tempo trasformato in una concentrazione unica di specie animali e vegetali, riconosciuta anche dagli studiosi come caso singolare sia di presenze che di associazione in un unico spazio tanto piccolo. Ovvia e di frontiera, la provocatoria tesi dell'elogio della pantegana: se vogliamo davvero più natura in città, dobbiamo attrezzarci a convivere insieme col dritto e il rovescio della medaglia. Compresi magari i topi, o le nutrie che a enormi topi assomigliano tanto, terrorizzando chi passeggia dopo il tramonto quando magari sbucano a gruppi dalle sponde dei canali tra le case. E il Comune di Milano pare abbia deciso di accontentare chi sta ancora attaccato all'idea che in città il verde debba essere ampiamente addomesticato: gerani, aiuole fiorite, gatti, cani da compagnia, e poco altro. La natura chi la vuole vada a cercarsela altrove.

Insomma a Milano, come a Londra, come in tante altre città del mondo, prevale una cultura amministrativa tradizionale, dove la città è fatta per i cittadini, intesi come umani, mattoni, cani, gatti, gerani, paracarri e lampioni, più qualche ciuffo d'erba o di foglie ornamentale, a ingentilire il panorama. Eppure in ambito tecnico scientifico la logica emergente parrebbe proprio diversa, perché visti gli effetti dell'eccessiva artificializzazione del territorio, soprattutto con le superfici urbane che si stanno conquistando fette crescenti del pianeta, la soluzione ideale parrebbe quella di avere più natura, e non di meno, intra moenia. Pensiamo al concetto di infrastruttura verde in senso proprio, un po' oltre il cosiddetto ingegneristico servizio all'ecosistema: ci sono due ambiti collegati direttamente, quello della natura selvaggia aperta, e quello urbano domestico.

Ovvio le distanze e le differenze non scompaiono con l'accostamento concettuale, ma resta aperto per forza il canale della continuità, senza il quale non si dà l'infrastruttura. Dentro a questo corridoio si sposta di tutto, i semi delle piante appiccicati al pelo dei piccoli roditori, gli anfibi da un piccolo specchio d'acqua all'altro, gli uccelli che cercano bacche e frutti sugli alberi un po' cresciuti, i rapaci che volano alti scrutando le prede che sgattaiolano nell'erba, gli altri predatori di varie taglie in agguato.
Non è la jungla infernale di Rambo, ma il giardinetto dietro casa dove andiamo a leggere il giornale qualche volta, e dove ovviamente faremmo volentieri a meno di elogiare la pantegana, ammirandone qualche esemplare intento a contendersi il contenuto di un cestino rovesciato, ma ecco che dai cespugli sbuca la terribile volpe, più che mai “simpatica e romantica” stavolta, e mettere in fuga i topastri. Ecco, diciamo che secondo moltissimi studiosi è molto più probabile questo scenario, un po' estremo apparentemente, di quello classico dei giardini senza erbacce o parassiti, popolati solo da compassati lettori di giornali e signore con barboncino. Che altro è infatti l'idea di agricoltura urbana, di orti di quartiere, o anche di lotta biologica ad alcuni infestanti o parassiti, se non il riconoscimento che la natura deve in qualche modo riappropriarsi della metropoli? Certo ci sono delle precauzioni da prendere, tecniche e organizzative, ma siamo soprattutto noi a dover cambiare atteggiamento, a partire proprio dagli entusiasti ambientalisti, a parole.

A parole perché magari l'amore sviscerato per il nutria watching o la contemplazione delle ancora rare poiane sulle antenne televisive, poi si trasforma rapidamente in disappunto quando una volpe, pur risparmiando l'erede al sicuro nella culla, si porta via il gatto di casa. O semplicemente tutto il quartiere si ritrova a rischio di qualche malattia portata da chissà chi e chissà come, e qualche agitatore politico inizia a dar la colpa agli immigrati del terzo piano. E si capisce bene perché sia Boris Johnson che gli uffici tecnici milanesi abbiano avuto pochi dubbi a intervenire in modo tradizionale e deciso, ma attenzione: la tendenza ormai è definita. Nel senso che lo studio urgente del fenomeno delle volpi londinesi e delle misure da prendere, non si tradurrà certamente in piani di sterminio e disinfezione, ma in assai più naturalistiche politiche di informazione, prevenzione, controllo sanitario, eventuale soppressione di capi a rischio.

E anche la rimozione della piccola oasi milanese, pur eliminando la singolare associazione di specie così come si era formata nell'ex cantiere, sembra voler porre le basi perché molte altre se ne costruiscano in futuro. Infatti il progetto di collegamento ha anche oltre le intenzioni dichiarate tutte le caratteristiche di continuità di una infrastruttura verde, sviluppandosi per chilometri dal centro cittadino sino alla zona dell'esposizione universale e da qui oltre verso la fascia agricola periurbana. Quale percorso migliore perché altre specie inizino a colonizzare i vari ambienti? Naturalmente ci saranno equilibri artificiali da conservare, ripristinare, modificare (evitando se possibile la scenetta di caccia grossa attorno al cestino dei rifiuti, almeno all'ora di punta) ma pare proprio quella la direzione imboccata dal metabolismo urbano stile terzo millennio, per far convivere in un modo o nell'altro noialtri bipedi coi numerosi cugini che ci siamo inavvertitamente portati appresso. Insomma, chi vivrà vedrà, ma già oggi c'è parecchio da vedere, solo guardandosi attorno con un minimo di attenzione.

Per la cronaca dell'aggressione un po' horror nella culla del bambino londinese, si veda l'articolo di Richard Osley, sull'Independent di domenica 10 febbraio. L'Elogio della Pantegana è stato al centro di un dibattito moderato da Paolo Hutter, a cui ha partecipato anche l'europarlamentare Monica Frassoni. Il link non lo metto perché nella pagina web c'è l'immagine di un grosso topo, che nonostante tutto mi fa parecchio schifo: un conto è ragionare, un conto il cieco istinto. O no? Dovrò anch'io farmene una ragione prima o poi








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Il sito di Edoardo Salzano
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Bottini, Fabrizio
( 08.10.2013 09:04 )
Per motivi tecnici mi sono provvisoriamente trasferito sul sito Millennio Urbano che (tra l'altro) contribuisco a rilanciare dopo un periodo di transizione -->
Bottini, Fabrizio
( 08.09.2013 10:07 )
Da un paio di secoli l'umanità cerca di misurarsi in con la gigantesca ameba metropolitana scatenata dai cicli di industrializzazione: urbanisti, sociologi, scrittori, ora un regista. Ma la cultura italiana mica ci arriva
-->
Barzi, Michela
( 26.08.2013 09:34 )
Le diffidenze leghiste per le diversità si manifestano naturalmente con maggiore evidenza là dove il partito governa e imperversa. Ma si tratta di una cultura pervasiva, per nulla limitata a quei territori e probabilmente neppure limitata a quell'area politica, pronta a ripresentarsi in diversi contesti -->
( 22.08.2013 19:29 )
Gli spazi simbolo del ceto medio e dei suoi consumi opulenti, diventano sacche di disagio, come dimostra il compendio di ricerche della Brookings Institution sintetizzate in un volume. Il problema è di superare la logica di questo tipo di espansione urbana, e tornare a un modello integrato di città. Dalla rivista universitaria Knowledge Wharton, agosto 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 20.08.2013 18:49 )
La globalizzazione significa soprattutto (che piaccia o meno) essere ineluttabilmente inseriti in un flusso di decisioni interrelate: la tutela delle coste nella nostra bagnarola mediterranea, per esempio -->
Eisenberg, Richard
( 10.08.2013 10:28 )
Recensionee intervista su uno dei tanti libri americani dedicati a una questione che dovrebbe però interessare molto di più anche il resto del mondo: l'immaginario collettivo sull'abitare e i suoi risvolti sociali e ovviamente ambientali. Di fatto ci sono intere generazioni cresciute nel mito antiurbano, che deve essere in qualche modo superato, insieme al tipo di consumi che si porta dietro. Forbes, 9 agosto 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 21.07.2013 09:45 )
C'è sempre qualcosa di affascinante, e al tempo stesso inquietante, nel modo in cui ci adattiamo, o proviamo a adattarci, ai mutamenti ambientali del mondo che ci circonda. Specie quando si tratta di trasformazioni consapevolmente indotte da altri, per motivi affatto umanitari -->
Bottini, Fabrizio
( 16.07.2013 08:35 )
Oltre a dire qualcosa di sinistra, come auspicano e chiedono in tanti da troppo tempo, c'è anche un'altra possibilità: quella di fare concretamente, qualcosa di sinistra, ovvero mettere in pratica e verificare gli alti principi. C'è qualche vago segnale in questo senso, basta guardarlo -->
Bottini, Fabrizio
( 11.07.2013 08:13 )
Che fare quando le migliori (e celebrate) idee si dimostrano carenti? Negare l'evidenza, oppure provare a rifletterci sopra davvero, cercando di capire se e dove esiste qualcosa di sbagliato nel modello, o nella nostra interpretazione? -->
Hetherington, Peter
( 03.07.2013 13:12 )
Un urbanista americano, curiosamente noto soprattutto per essere stato preso a pugni da una contestatrice durante un'assemblea pubblica, ha anche parecchio altro da dire sulla professione, e il ruolo nella città e la società. The Guardian, 2 luglio 2013 (f.b.) -->
Bottini, Fabrizio
( 29.06.2013 10:53 )
C'è qualcosa che non torna nell'entusiasmo da un lato per tutte le possibili tecnologie smaterializzanti dell'universo, dall'altro nel permanere di una cultura degli spazi a dir poco novecentesca, industriale, segregata. Quanto c'è di malafede, e quanto di ignoranza? -->
Bottini, Fabrizio
( 28.04.2013 09:12 )
Il successo dei progetti di trasformazione urbana, come suggerisce il buon senso, dipende dal loro essere urbani, inseriti in un contesto ampio con cui entrano in sinergia. Ma il peggior cieco è chi non vuol vedere ciò che gli sta attorno -->
Walker, Alissa
( 02.04.2013 19:44 )
Vivere e camminare a Los Angeles, senza un'automobile, è compatibile con un'esistenza umana. Figuriamoci qui da noi. Los Angeles Magazine, 29 marzo 2013 -->
Vitullo-Martin, Julia
( 30.03.2013 19:30 )
I problemi insediativi, ambientali, socioeconomici, di qualità della vita, e infine politici, posti dal nuovo ruolo del cibo nella metropoli del terzo millennio. Non è il caso, come intuito in fondo dall'Expo milanese, di porre al centro la questione? Spotlight on the Region, marzo 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 30.03.2013 08:50 )
È passato più di un secolo da quando i futuristi volevano spazzar via tutta l'anticaglia che faceva da zavorra al progresso umano, e nel frattempo si è capito che non tutto è anticaglia e non tutto è zavorra. Però adesso un po' si esagera, in tutto il mondo, con le ideologie antimoderniste su misura -->

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