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Sprawl e Secessione
Data di pubblicazione: 17.02.2013

Autore:

Le discussioni elettorali sulla cosiddetta macroregione padana, almeno in superficie, sembrano basate su un equivoco, ovvero che considerare la megalopoli per quello che è (da alcuni secoli) sia un'idea balzana della destra, e che invece sia progressista piantare dei cartellini sui confini amministrativi

Sui giornali italiani imperversa, e abbastanza giustamente, la polemica secessione si secessione no: dietro il patto elettorale fra i due governatori leghisti di Piemonte e Veneto, e l'aspirante presidente della Lombardia (e segretario federale del Carroccio) Maroni, ci sarebbe un disegno reazionario per costruire di fatto un assetto istituzionale assai diverso da quello immaginato dalla Costituzione italiana, e tendenzialmente separare l'area padana dal resto del paese. L'ex presidente storico della Lombardia Piero Bassetti, protagonista nell'era del centrosinistra anni '60 prima della programmazione economico-territoriale, poi della costruzione istituzionale del nuovo Ente Regione, avverte da tempo anche dalle colonne dei giornali: attenzione, questa non è una questione locale, ma un pericolo per tutto il paese.

Ha ragione da vendere, il buon Bassetti, e sta parlando soprattutto allo schieramento a cui appartiene, perché questo schieramento al solito non ha capito come e dove schierarsi. La confusione impera sotto il cielo, ma la situazione con buona pace del Presidente Mao è ben lontana dall'essere eccellente. Accade infatti che, di fronte all'evidenza della strategia separatista, stavolta a partire dalla dimensione regionale anziché da parlamento romano, tra l'altro rafforzata dalla crisi economica nazionale ed europea, le forze che vorrebbero opporsi a questo neo-macro-localismo autoritario si dimostrino superficialmente (e forse appunto non solo superficialmente) miopi.

Argomentando con l'ormai nota alzatina di spalle: la padania non esiste, è solo un'invenzione di questi qui coi loro druidi e le ampolle di acqua del fiume sacro eccetera, date il voto a noi che ci penseremo a rilanciare le regioni, con un progetto riformista eccetera eccetera. Il fatto è che la padania esiste eccome, diciamo almeno dall'era industriale, ed esiste come una specie di entità politica virtuale da almeno mezzo secolo. I reazionari separatisti non inventano nulla, si limitano a rivestire di simboli e slogan facili e accattivanti ciò che tutti in modo variamente subliminale vivono ogni giorno. E sotto sotto propongono in termini diversi la medesima entità sotto forma di coordinamento degli investimenti, a chi ha solidi interessi economici (o ritiene di poterne avere) entro questo colpo doppio di unione-separazione.

Ora, non avrebbe invece senso accettare esplicitamente e pubblicamente l'esistenza della megalopoli, chiamarla così proprio come alternativa “di sinistra” alla macroregione, e rilanciare politicamente in una prospettiva di sostenibilità, progresso sociale, ricchezza economica, quella che in tutti gli studi europei sul territorio è notoriamente una entità unica? Lo sa qualunque camionista o furgonista di consegne a medio raggio, che i rapporti quotidiani, l'integrazione per usare una parola un po' più difficile, fra Isola della Scala (Vr) e Casalino (No) sono abbastanza simili a quelli che il sociologo americano Roderick McKenzie negli anni '30 chiamava “Metropolitan Community”

E l'ha raccontato benissimo anche il nostro geografo Eugenio Turri, soprattutto nelle sue interviste mirate agli imprenditori, come non tanto i confini amministrativi, ma gli ostacoli davvero politici-burocratici fra un'area e l'altra del territorio unitario, siano un insopportabile tappo a qualunque prospettiva di sviluppo intelligente. E sostenibile, ci aggiungerei io, se per sostenibilità intendiamo quella cosa seria definita a livello internazionale, e sistematicamente banalizzata (sputtanata si può dire?) da generazioni di politicanza locale. Pensiamo alla questione qualità dell'aria/emissioni, che più globale e strategico di così non si può.

In California il governatore Arnold Schwarzenegger ha sostenuto il cosiddetto SB375 che “risolve” da un certo punto di vista il problema, non solo fissando gli obiettivi ambientali generici (appunto di qualità dell'aria) ma anche quelli territoriali intermedi per conseguirli: le autostrade tanto per cominciare, e giù a cascata il sistema insediativo che determinano, con i poli produttivi, residenziali, la mobilità indotta fra l'uno e l'altro, che può essere solo automobilistica oppure un po' meno. E in padania invece? In padania non si fa, non si può fare, si potrebbe fare ma, chissà. D'inverno arriva la cappa di piombo degli scarichi automobilistici, produttivi, del riscaldamento, e controvoglia qualche città o territorio impongono quelle domeniche a piedi amate dai bambini per via dell'animazione di strada, e poco altro. E poi? E poi niente, salvo il solito leghista (guarda un po') che propone di buttar giù il Passo del Turchino, perché la brezza del Tirreno soffi libera e selvaggia verso la Valcamonica ad esportare all'estero i veleni padani. Ma il Turchino è confine fra Piemonte e Liguria, non si può far niente nemmeno di quello … Ad libitum.

Se andiamo a vedere anche oltre le sparate folkloristiche di queste simil-mega-opere di geoingegneria, le cose non vanno molto meglio. Le due più note autostrade autogestite in casa lombarda sono un esempio lampante di microsecessione mentale: vanno da un punto all'altro della regione, giusto per andare da un punto all'altro della regione, senza alcun obiettivo ambientale, di rete, di sviluppo, salvo fare un favore a qualche amico, e marginalmente intervenire su problemi di viabilità locale presumibilmente creati ad hoc per assicurarsi sostegno.

C'è la cosiddetta autostrada della Lomellina, che in teoria dovrebbe collegare il percorso padano alto della A4 pedemontana, con quello nel “cuore verde” dell'attuale Torino-Cremona, ma che, chiarissimo fino ai progetti esecutivi dentro il territorio lombardo, si perde nelle vaghezze nebbiose oltre i confini piemontesi sul Sesia. Facendo sospettare che di fatto al massimo così si collegherebbe giusto l'area pavese a sud del fiume Po con Mortara, sfondando inutilmente la ricca pianura a risaie, ma promuovendo un altro progetto, quello del mega-polo logistico locale. E proseguendo sull'asse del cuore verde oltre Cremona c'è un altro progetto di forte impatto e dubbia utilità, di tracciato autostradale ovest-est, che però poco oltre Mantova, sul cartello che segna i confini comunali fra Casteldario e Nogara, per l'esattezza, si tronca di netto. Checkpoint Charlie boys: siamo in provincia di Verona, ai confini dell'universo!

Ciò premesso, e considerando che anche quelle strampalate infrastrutture hanno un certo sostegno, appare evidente almeno una cosa: l'integrazione socioeconomica fra i territori c'è, ed è scemo e masochista negarla. Quando come gruppo di lavoro Eddyburg stavamo preparando gli studi che sarebbero in parte sfociati nella raccolta No Sprawl, l'asse Torino-Venezia me lo sono fatto avanti e indietro decine di volte, armato di taccuino, macchina fotografica, sui due percorsi pedemontano e di pianura propriamente detta, verificando sino a che punto il fai-da-te insediativo aveva prodotto dei veri e propri mostri, ivi compresa la domanda di infrastrutture qualsivoglia per tentare di uscire dal garbuglio, infilandosi dentro un cul-de-sac logico e ambientale senza uscita.

Anche i grandi piani territoriali, a scala provinciale o regionale, sembravano fermarsi mentalmente, ognuno con la propria centralità localistica, non solo sui confini amministrativi, ma anche sugli obiettivi specifici, a volte confliggenti. Come si capiva percorrendolo con gli occhi aperti, lo spazio della megalopoli, lo stesso spazio che qualsiasi rappresentante di commercio o corriere chiama “casa” ogni giorno, fermandosi per un panino o quattro chiacchiere, o smadonnando per l'ennesimo tappo del traffico causa ristrutturazione di villetta sul ciglio stradale, coda di dieci chilometri sulla ex Statale 11 in zona Vancimuglio.
E torniamo a porre la domanda: non c'è un modo progressista di concepire e rilanciare queste cose?

C'è proprio il bisogno di tirarsi la zappa sui piedi, negando l'esistenza della megalopoli perché i leghisti la chiamano macroregione, e lasciando che tutti i suoi cittadini soffocati dallo sprawl (che, quello si, non è di destra né di sinistra in quanto a effetti negativi) vi mandino a quel paese perché non capite i loro problemi? Ecco, se c'è qualcuno senziente all'interno delle teste di chi fa campagna elettorale, e poi vorrebbe pure rappresentare i nostri interessi, magari considerare questi problemi, come chiedeva implicito Bassetti, non fa male. Anzi, fa malissimo sottovalutarli, e fra dieci anni a disastro completato raccontarci la solita storia del “ma noi non potevamo sapere”. Potevate sapere sì, bastava ascoltare.

Non metto i links agli articoli sui temi citati: sono troppi, e credo di averne parlato fino alla nausea. Chi non li conosce provi a farsi un giro sia qui su Mall che su Eddyburg Archivio. O anche a leggersi, se ne ha voglia, i due libri citati








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Il sito di Edoardo Salzano
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Bottini, Fabrizio
( 08.10.2013 09:04 )
Per motivi tecnici mi sono provvisoriamente trasferito sul sito Millennio Urbano che (tra l'altro) contribuisco a rilanciare dopo un periodo di transizione -->
Bottini, Fabrizio
( 08.09.2013 10:07 )
Da un paio di secoli l'umanità cerca di misurarsi in con la gigantesca ameba metropolitana scatenata dai cicli di industrializzazione: urbanisti, sociologi, scrittori, ora un regista. Ma la cultura italiana mica ci arriva
-->
Barzi, Michela
( 26.08.2013 09:34 )
Le diffidenze leghiste per le diversità si manifestano naturalmente con maggiore evidenza là dove il partito governa e imperversa. Ma si tratta di una cultura pervasiva, per nulla limitata a quei territori e probabilmente neppure limitata a quell'area politica, pronta a ripresentarsi in diversi contesti -->
( 22.08.2013 19:29 )
Gli spazi simbolo del ceto medio e dei suoi consumi opulenti, diventano sacche di disagio, come dimostra il compendio di ricerche della Brookings Institution sintetizzate in un volume. Il problema è di superare la logica di questo tipo di espansione urbana, e tornare a un modello integrato di città. Dalla rivista universitaria Knowledge Wharton, agosto 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 20.08.2013 18:49 )
La globalizzazione significa soprattutto (che piaccia o meno) essere ineluttabilmente inseriti in un flusso di decisioni interrelate: la tutela delle coste nella nostra bagnarola mediterranea, per esempio -->
Eisenberg, Richard
( 10.08.2013 10:28 )
Recensionee intervista su uno dei tanti libri americani dedicati a una questione che dovrebbe però interessare molto di più anche il resto del mondo: l'immaginario collettivo sull'abitare e i suoi risvolti sociali e ovviamente ambientali. Di fatto ci sono intere generazioni cresciute nel mito antiurbano, che deve essere in qualche modo superato, insieme al tipo di consumi che si porta dietro. Forbes, 9 agosto 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 21.07.2013 09:45 )
C'è sempre qualcosa di affascinante, e al tempo stesso inquietante, nel modo in cui ci adattiamo, o proviamo a adattarci, ai mutamenti ambientali del mondo che ci circonda. Specie quando si tratta di trasformazioni consapevolmente indotte da altri, per motivi affatto umanitari -->
Bottini, Fabrizio
( 16.07.2013 08:35 )
Oltre a dire qualcosa di sinistra, come auspicano e chiedono in tanti da troppo tempo, c'è anche un'altra possibilità: quella di fare concretamente, qualcosa di sinistra, ovvero mettere in pratica e verificare gli alti principi. C'è qualche vago segnale in questo senso, basta guardarlo -->
Bottini, Fabrizio
( 11.07.2013 08:13 )
Che fare quando le migliori (e celebrate) idee si dimostrano carenti? Negare l'evidenza, oppure provare a rifletterci sopra davvero, cercando di capire se e dove esiste qualcosa di sbagliato nel modello, o nella nostra interpretazione? -->
Hetherington, Peter
( 03.07.2013 13:12 )
Un urbanista americano, curiosamente noto soprattutto per essere stato preso a pugni da una contestatrice durante un'assemblea pubblica, ha anche parecchio altro da dire sulla professione, e il ruolo nella città e la società. The Guardian, 2 luglio 2013 (f.b.) -->
Bottini, Fabrizio
( 29.06.2013 10:53 )
C'è qualcosa che non torna nell'entusiasmo da un lato per tutte le possibili tecnologie smaterializzanti dell'universo, dall'altro nel permanere di una cultura degli spazi a dir poco novecentesca, industriale, segregata. Quanto c'è di malafede, e quanto di ignoranza? -->
Bottini, Fabrizio
( 28.04.2013 09:12 )
Il successo dei progetti di trasformazione urbana, come suggerisce il buon senso, dipende dal loro essere urbani, inseriti in un contesto ampio con cui entrano in sinergia. Ma il peggior cieco è chi non vuol vedere ciò che gli sta attorno -->
Walker, Alissa
( 02.04.2013 19:44 )
Vivere e camminare a Los Angeles, senza un'automobile, è compatibile con un'esistenza umana. Figuriamoci qui da noi. Los Angeles Magazine, 29 marzo 2013 -->
Vitullo-Martin, Julia
( 30.03.2013 19:30 )
I problemi insediativi, ambientali, socioeconomici, di qualità della vita, e infine politici, posti dal nuovo ruolo del cibo nella metropoli del terzo millennio. Non è il caso, come intuito in fondo dall'Expo milanese, di porre al centro la questione? Spotlight on the Region, marzo 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 30.03.2013 08:50 )
È passato più di un secolo da quando i futuristi volevano spazzar via tutta l'anticaglia che faceva da zavorra al progresso umano, e nel frattempo si è capito che non tutto è anticaglia e non tutto è zavorra. Però adesso un po' si esagera, in tutto il mondo, con le ideologie antimoderniste su misura -->

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